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"Il fascino del melodramma", cineforum dedicato a Kurt (Curtis) Bernhardt

A cura di Giordano Giannini.

Martedì 20 febbraio alle 17 presso la Mediateca Regionale Ligure di via Firenze 37 inizierà il cineforum ACIT 2024 con la rassegna "Il fascino del melodramma. Il cinema di Kurt (Curtis) Bernhardt” a cura di Giordano Giannini. Primo film in programma: "L'anima e il volto" (1946), versione italiana. La manifestazione, che ha il patrocinio del Comune, è organizzata da Associazione Cultutarle Italo Tedesca con il contributo del Goethe Institut.

Così l’esperto Giannini presenta la rassegna:
“Prima di essere Curtis, Bernhardt fu Kurt. Non un’americanizzazione, un semplice cambio di nome bensì il bisogno di lasciarsi alle spalle un altro uomo, una patria non più ospitale nella speranza di trovarne una seconda. Nato nel 1899, il regista al centro del nuovo laboratorio di cineforum dell’ACIT spezzina fuggì come altri suoi colleghi (es. Fritz Lang, Detlef Sierck) dai soprusi del nazismo ma, rispetto a loro, rischia oggigiorno di cadere nell’oblio presso studiosi e cultori della Decima Musa. Nel nostro piccolo, guidati dalla lettura di Hollywood, Europa di Sandro Roffeni, cercheremo di rendergli il giusto tributo di artista, fine cesellatore di inquietudini, in felice equilibrio tra profondità e spettacolo".

Le gemelle omozigote Kate e Patricia (Bette Davis in un doppio ruolo) non conoscono vuoto o delusione: entrambe graziose, si prestano gli abiti, vivono nella stessa bella casa, bastano l’una al cuore dell’altra. Eppure, in Kate comincia a germogliare un’invidia acuta, febbrile, che evolverà in odio dopo il matrimonio di Patricia con l’uomo da cui era segretamente attratta… meglio non rivelare oltre dell’intrigante L’anima e il volto (1946), primo film del ciclo, tratto dal romanzo La vita rubata del ceco Karel Josef Beneš, impreziosito dai giochi chiaroscurali di Ernest Haller (Dead ringer) e Sol Polito (La foresta pietrificata) come dai brumosi fondali di Robert Haas (Peccato).

L’atmosfera delle creazioni letterarie delle sorelle Brontë persistette a Hollywood lungo tutto il decennio Quaranta, complice il successo de La voce nella tempesta: fu Bernhardt, dopo Wyler e Stevenson, a reinscenarla, memore di una sua stessa regia nella stagione del Muto, L’orfana di Lowood (‘26), ispirata a Jane Eyre: risultato è il discusso Devotion (1943-’46), secondo appuntamento della rassegna, dove le licenze romanzesche, immancabili al tempo, non smorzano, a dispetto di certe critiche, il senso di arcano aleggiante nel paesaggio né l’intima angoscia o le fosche visioni poetiche di Emily, ben incarnata da Ida Lupino, mentre Charlotte ha i tratti di una spigliata, ventinovenne Olivia de Havilland. Sarà presente all’evento Nicoletta Gruppi, anglista e autrice dello studio Emily Brontë. Ipotesi per un ritratto a colori (Archinto Ed.).

Con Anime in delirio (1946), terzo incontro, commistione fra noir e melodramma di intensità e finezza descrittiva ineguagliate, il cineasta nativo di Worms firma forse il suo capolavoro: lacerante ritratto di donna, incapace di separare il desiderio dalla realtà, offuscata da un’infatuazione che le scorre dentro come un siero mortale, Joan Crawford considerava questo ruolo il più difficile mai affrontato nel corso della carriera. Basato oltretutto sulla frequentazione di veri pazienti psichiatrici, esso fruttò all’attrice una candidatura all’Oscar. Determinanti, come sempre nella filmografia di Bernhardt, gli apporti di Anton Grot (Svengali) alle scene e Joseph Valentine (L’uomo lupo) alle immagini.

Secondo Barbey D’Aurevilly non è esistito che un dandy, George “Beau” Brummell: arbiter elegantiarum dell’Inghilterra (e forse dell’Europa) maschile fra il 1820 e il 1830, mordace nell’umorismo e refrattario ad appartenere a qualunque classe o ambiente, ozioso “sacerdote” del Bello elevato a fede, il personaggio rivive sul grande schermo attraverso Lord Brummell (1954), penultimo pomeriggio del ciclo. Un carismatico trio di interpreti (Stewart Granger, Elizabeth Taylor, Peter Ustinov) e i raffinati costumi di Elizabeth Haffenden (Tragica incertezza) garantiscono l’alta qualità dell’intrattenimento. A visione conclusa si collegherà da remoto, per un breve scambio col pubblico, Patrizia Piredda, autrice del saggio La maschera del dandy (Aracne Ed.).

Prima di trasferirsi a Hollywood, Bernhardt realizzò alcune pellicole in Francia la migliore delle quali, Nuit de décembre (1939-‘41), ispirata al romanzo Schwedenklees Erlebnis di Bernhard Kellermann, inedita per anni, con grande orgoglio verrà riproposta a soci e appassionati a conclusione del percorso, in collaborazione con l’Alliance Française. 1939: Darmont (Pierre Blanchar), cinquant’anni, pianista di chiara fama, incontra Hélène (Renée Saint-Cyr), vent’anni, allieva della sua protetta. Il viso della giovane è esattamente l’immagine riflessa di Anne, la donna insieme alla quale il musicista trascorse la notte del 12 maggio 1919. Un ricordo che non ha cessato di ardere… Mesta sonata sulle sottili perversioni dell’Amore, la fragilità delle illusioni, l’opera comprende due fra le maggiori celebrità del cinema d’Oltralpe degli anni ’30, rileggendo il tema del Doppio, elemento peculiare della cultura tedesca, con pudore e sensibilità figurativa (la bella fotografia è di Jean Isnard).

Tutte le pellicole, tranne l’ultima, saranno proiettate in lingua italiana. La rassegna è a ingresso libero.


Qui sotto è possibile scaricare la locandina con il programma.

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