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Giornalista, scrittore, storico: Gino Ragnetti si racconta In evidenza

di Alice Tintori - Una vita tra informazione e documentazione storica, dalla telescrivente ad internet, dai quotidiani cartacei agli online.

E' il decano dei giornalisti spezzini ed anche un apprezzatissimo scrittore, in particolare di volumi storici: Gino Ragnetti, che con Gazzetta della Spezia ha collaborato anche dopo il passaggio dal cartaceo all'online, e con la quale mantiene un rapporto speciale, ha acconsentito a superare la sua nota riservatezza e raccontarci il suo "mestiere". Parole ed aneddoti che ci svelano una professione per molti aspetti diversa da quella di oggi, ma i cui ingredienti di fondo non dovrebbero cambiare mai: la passione ed il rispetto della verità e dei lettori.

 

Chi è Gino Ragnetti, e qual è stato il suo percorso professionale?
Se parliamo di lavoro, io mi sono sempre considerato un cronista da marciapiede. Ho diretto delle redazioni, ho fatto servizi da inviato, ho lavorato al desk, ho fatto inchieste e interviste, ma la sensazione che provavo quando mi capitava di pubblicare una bella notizia in esclusiva era impagabile. Professionalmente parlando, la notizia era infatti il mio fine ultimo, poi venivano il bel titolo, la bella foto, l’impaginazione!

Devo dire che ho sempre saputo, fin da studente, che avrei fatto il giornalista – il mestiere più bello del mondo – perché volevo farlo, tant’è che a diciotto anni già mettevo piede per la prima volta nella redazione della Nazione. Non era facile, all’epoca, fine anni Cinquanta, primi Sessanta. Eppure, ero certo che ci sarei riuscito, perché ero consapevole di possedere due requisiti basilari per farlo: la passione e la curiosità. E così è cominciata. Prima piccolissimo collaboratore sportivo, poi pian piano cose più impegnative, fino a passare alla cronaca nera e infine alla bianca, la politica, l’economia. Il tutto, con il compenso di un simbolico rimborso spese, tanto per pagarci qualche biglietto del bus, o un pacchetto di sigarette. Ma a farmi davvero crescere sono stati tre anni trascorsi al Secolo XIX, dal 1965 al 1968. Eravamo soltanto in due, io e il capo, Franco Rubino, una gran brava persona, per cui quando lui era assente per malattia, ferie, o altro, toccava a me fare il giornale. Inoltre, Franco era anche corrispondente dell’Ansa, del Giorno e dell’Associated press, per cui dovevo occuparmi pure di loro. È chiaro che in tali condizioni devi saper fare di tutto, dai tamburini dei cinema al delitto, e farlo bene, altrimenti sei fuori. Ma quello che ho mostrato di saper fare al Secolo (sempre e solo con un modestissimo rimborso spese) mi è valsa alfine l’assunzione alla Nazione. E da lì è partita tutta la trafila: pubblicista, praticante, professionista, vicecaposervizio, caposervizio…

Oggi il giornalismo è completamente diverso da quello che ricorda lei, ci può dare le sue impressioni?
Ti racconto qualche aneddoto, tra i più curiosi, lasciando perdere i morti ammazzati. A quanto mi dicono, oggi il rapporto tra il cronista di nera e una delle fonti fisse dell’informazione, ovvero il Pronto soccorso (ma anche con altre), vive sui comunicati trasmessi via email. Ebbene, quand’ero cronista di nera, parlo di cinquant’anni fa, mi è successo più volte di ritrovarmi a mezzanotte, con altri colleghi del turno di notte, a farci una spaghettata in una stanzetta del Pronto, insieme a medici, infermieri, volantini, e il poliziotto di guardia. Cosa impensabile al giorno d’oggi! D’altronde, passavo almeno tre volte al giorno dall’astanteria per spulciare i referti, per cui ci conoscevamo tutti, c’era confidenza!

Ricordo poi due o tre nottate con il pattuglione della polizia. Su una “Pantera” della squadra volante giravamo per la città deserta. Era il tempo in cui, come diceva il mio amico Gino Patroni, a una cert’ora alla Spezia l’unico locale aperto era la farmacia di turno. Una città notturna, buia, popolata solo da prostitute, contrabbandieri di sigarette, giocatori d’azzardo, e clienti dei postriboli clandestini, tutta gente che cercava rifugio nell’oscurità. La voce che c’era una volante che ronzava lì attorno correva veloce in Via Prione e viuzze traverse, o lungo viali delle “lucciole”, ossia Viale Fieschi e Viale Amendola!

Rammento poi con rimpianto gli anni del Secolo, quando la sede era in Via Chiodo, al mezzanino proprio sopra il bar Peola, il “regno” di Patroni. In una stanzetta accanto alla nostra c’era il Lavoro, il cui corrispondente era Emilio Cerulli. Spesso nel tardo pomeriggio, una volta telefonate le ultime notizie agli stenografi del giornale, io e Franco andavamo nell’ufficio di Emilio ad ascoltare del jazz con un vecchio giradischi. Altri tempi, senza dubbio meno cupi!

Se mi guardo indietro, ancora mi sorprendo. Passare dal fuorisacco e dalla fissa telefonica con gli stenografi, alla videocomposizione, a internet, ai social… be’ non è stata roba da poco. Di strada ne abbiamo fatta veramente tanta. In meglio? Mah, non lo so. Forse no. Ma probabilmente il mio giudizio è condizionato dal fascino discreto della nostalgia, che mi prende forte ripensando a quei tempi.
Io ormai vivo lontano dall’ambiente dei giornali, e un po’ mi manca. Ancora oggi, quando sento arrivare un’auto in sirena mi viene l’istinto di prendere il telefono e allertare i ragazzi in redazione, così come facevamo noi da giovani cronisti, correndo alla cabina telefonica più vicina.
Tutto bello, dunque, tutto piacevole, si direbbe, se non fosse che al pari di tutte le vicende della vita bisogna fare i conti con il rovescio della medaglia. Credo che nessuno possa immaginare che cosa si provi davanti alle bare di trentacinque ragazzi morti in un incidente stradale. Uno strazio infinito, che ti porti dentro finché campi.

 

Lei è stato giornalista 1.0 e direttore di una testata giornalistica online. Come ha fatto a conciliare due ruoli così diversi?
È stato un percorso abbastanza agevole, del quale manco mi sono accorto. Come dicevo prima, già ai tempi del Secolo, seppure semplice collaboratore, mi sono trovato spesso e volentieri a fare da solo il giornale. Poi, passato alla Nazione, essendo il vice, nei giorni di ferie o di malattia del capo avevo la responsabilità di mandare avanti il giornale con un gruppo piuttosto nutrito da gestire, fra redattori e collaboratori, ciascuno con il proprio carattere e le proprie capacità. E magari mi capitava di dovermi occupare di fatti grossi, come accadde con l’incendio della Leonardo, o con l’alluvione che causò il crollo del ponte di Romito Magra, o il naufragio del mercantile Oreste Villari. Con storie del genere ti fai sul serio una grossa esperienza! Fu quand’ero a dirigere la redazione di Massa, nell’84, che ebbi fra le mani il mio primo computer, anche se in realtà era poco più che una macchina per scrivere elettrica. Rappresentava comunque già un bel salto, perché fino a quel giorno gli arnesi del mestiere erano la macchina per scrivere, il telefono fisso, la telefoto, la telescrivente, e più tardi il telefax. Da allora, sia nel lavoro come nella vita privata, è stato tutto un inseguirsi delle nuove tecnologie, sia per scrivere che per impaginare, per cui non ho incontrato grandi difficoltà a “fare” un giornale online.

D’altronde, una volta che uno si è un po’ impratichito con la tecnologia, e abbia ancora la passionaccia del giornalismo, dirigere una redazione, o un settimanale cartaceo o un quotidiano online (come la Gazzetta) non fa molta differenza. La differenza semmai sta nel prodotto finale, nella tempistica (l’online richiede una maggiore tempestività, devi essere sempre sul pezzo!), nella grafica, negli organici più risicati, e nel rapporto con un lettore assalito, con l’avvento dei social, da un’onda anomala di informazioni non sempre veritiere. E poi, ma potrei sbagliarmi, mi pare che ci sia un maggiore distacco fra il giornale e la gente.

Dopo la sua carriera giornalistica è diventato uno scrittore molto apprezzato. Ci vuole illustrare le sue opere pubblicate e quelle in cantiere?
Il primo assaggio fu La Spezia in guerra, volume regalato a dispense trisettimanali dalla Nazione nei primi anni Ottanta. Ne curava la fattura Arrigo Petacco con l’aiuto di una squadretta di collaboratori messa insieme da lui, composta da Giancarlo Fusco, Gino Patroni, Ugo Mannoni, e me. Il mio primo libro (cofirmato con Ernesto Geremia principe di Tavolara) è stato invece “Tavolara, l’isola dei re”, pubblicato da Mursia. È la storia del più piccolo regno del mondo, l’isoletta situata nel mare di Olbia, creato alla metà dell’Ottocento da re Carlo Alberto. Il primo sovrano fu un giovane pastore di capre dai denti d’oro, contrabbandiere a tempo perso, e pure bigamo! Il secondo libro è stato “Luna – Una misteriosa città romana nel golfo della Spezia”, edito da Luna Editore. È il racconto dell’occupazione romana di quella che sarà in futuro definita la Lunigiana storica. Luna era la base navale dei generali romani insediata nel Portus lunae, ovvero, il nostro golfo, e più precisamente nella zona di San Vito di Marola.

Dopo Luna, ho pubblicato con l’Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini il lavoro al quale tengo di più, anche perché mi è costato cinque anni di vita. Si intitola “Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia”, e nella biblioteca della Cappellini è inserito in una collana esclusiva – “Erbaspada” – composta da quattro titoli solamente. Seguì “Un giorno da eroe”, che pubblicai con Youcanprint. Fu un piccolo esperimento di self publishing per vedere come veniva un libro fatto tutto da me. Risultato: senza infamia e senza lode. Il libro narra le vicende della guerra di successione austriaca, e in particolare ciò che in quegli anni accadeva alla Spezia e dintorni. Pochi sanno che l’ultima battaglia di quella guerra sul suolo italiano fu combattuta nella valle del Vara fra migliaia di austriaci e migliaia fra genovesi, spagnoli e francesi alleati.

Più di recente, con Edizioni Giacché ho pubblicato “Quanto sei bella Spezia” una raccolta di impressioni, di ricordi, di vicende, di emozioni, dei viaggiatori che transitavano da queste parti soprattutto nel ‘700-‘800. Quindi, è stata la volta di “Fantasmi” (Edizioni Giacché), un repertorio di paesi e città scomparsi in provincia della Spezia. Infine, (sempre con Irene Giacché), ecco “Achse”, la storia dell’ultima guerra come mai era stata prima raccontata. In quelle pagine rivelo che a salvare la flotta agli ormeggi nel nostro golfo, sottraendola alle mire di Hitler che la voleva a tutti i costi, furono gli alpini della divisione Alpi Graie, veri eroi, da sempre del tutto ignorati dagli spezzini.

Cosa ho in cantiere? Forse a Natale, o più probabilmente a Pasqua, uscirà una Storia della Spezia, dalle famiglie di trogloditi che vivevano nella Grotta dei colombi, alla Palmaria, fino ai giorni nostri. Un’opera alla quale sto lavorando da sei anni e che, credo, piacerà. Sullo scalo c’è pure una ripresa della storia di Luna, lavoro con il quale riuscirò sicuramente a convincere anche i più scettici che il Portus lunae era il golfo della Spezia, non la foce del Magra. Staremo a vedere.

Se un giovane volesse avvicinarsi al mondo del giornalismo, ha dei suggerimenti da dargli?
Purtroppo, le prospettive della stampa italiana non concedono molto spazio all’ottimismo. Comunque, a un giovane aspirante giornalista consiglierei innanzitutto l’umiltà, poi studiare, studiare tanto, e infine – ma certamente non ultime – serietà e correttezza, ponendosi ognora il lettore quale stella polare.
Fondamentale è coltivare con costanza tutte le possibili fonti di notizie e crearsi una solida rete di informatori fidati. La fiducia reciproca è essenziale per incassare una fiducia ancora più grande: quella del lettore. Il lettore deve infatti avere la certezza che tu gli racconti sempre la verità. Solo allora sarai un buon giornalista. La carriera viene dopo.

 

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