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"Trabastía" ritorna a San Terenzo per un doloroso ricordo (videointervista e foto) In evidenza

di Luca Manfredini - Non una commemorazione aggiunta ma un intimo ricordo in volo sulle ali di Beppe Mecconi per non dimenticare lo scoppio di Falconara, ferita indelebile di una comunità intera.

Sotto un caldo sole piazza Brusacà e la "Maina" di San Terenzo gremite di pubblico hanno rivissuto una lontana notte temporalesca del 1922, quando un tremendo boato scosse la terra segnando in maniera permanente la storia del paese.

Il Comitato di Frazione di San Terenzo ha organizzato questo nuovo evento dopo la commemorazione ufficiale del 28 settembre scorso, con la benedizione e deposizione della corona di alloro al cippo delle vittime organizzata dal Sindaco Leonardo Paoletti.
Il Presidente del Comitato, Claudio Ceretti insieme all'artista Beppe Mecconi ed al suo libro "Trabastía - cent'anni di gente comune", allo storico Riccardo Bonvicini, alle voci e alle musiche di Livio Bernardini e Simone del Rosso hanno accolto il folto pubblico intervenuto.
Un ricordo privato di chi ha subito i fatti, di chi ha avuto in ogni famiglia una ferita, una memoria prettamente santerenzina che deve essere mantenuta viva e perpetuata.

"Drento a nà conca, en meso a doi castei, ai pé de na colina sempre 'n fior e senza economia basà dao sol, la ghé Santeenso fra i paesi bei"

Ceretti recita questa strofa della poesia dialettale di Silvano Ratti in apertura della cerimonia, in contrapposizione citiamo la strofa finale di una poesia trovata in un vecchio opuscolo dei tempi, scritto nei giorni successivi alla tragedia, che ben rende l'idea dell'accaduto:
Oh Santerenzo paese d'incontro
Non più un giardino ma un camposanto
Paesel ridente, paesel d'amore
Or culla di morte e di dolore.
Fu triste la tua sorte.
(S. N. Aicardi)

Alle 3 di notte del 28 settembre del 1922 esplosero le 1500 tonnellate di esplosivo del Regio Esercito racchiuse tra le mura del forte di Falconara, devastando l'abitato di San Terenzo e non risparmiando neppure Pitelli, Pertusola, Muggiano, Pugliola e Lerici.
Un cratere largo 300 metri e profondo 100 nel punto dell'esplosione, una devastazione che si estese per un raggio di 3 km, case distrutte, vigne e ulivi abbattuti e più di 200 furono i morti.

Un ricordo lungo 95 anni unisce quella notte al paese che ha pagato uno scotto tremendo ma ancora è privo di una verità, di una colpevolezza certa; fulmine, errore umano, attentato? Le prime dichiarazioni ufficiali poi subito smentite, il numero dei parafulmini variabile da 1 a 6 a seconda del momento, i guardiani della polveriera ritrovati morti verso l'uscita del forte stesso, vestiti di tutto punto nonostante l'orario notturno quasi fossero in fuga, il cadavere del comandante del forte prima scomparso nel nulla e poi riapparso nella piccola casa dove viveva con la famiglia, più volte ispezionata. Tanti particolari discordanti in un momento storico particolare in cui gli abnormi accumuli di esplosivi sembravano soggetti più a voluta distruzione che ad incidenti e contemporaneamente ambiti da fascisti ed anarchici.
Il duro lavoro di ricerca di Bonvicini in tutti gli archivi storici ha ricostruito particolari e dubbi inquietanti che, forse, rimarranno tali.
Rimangono certi invece i numeri delle vittime, dei sopravvissuti menomati, dei 23 bimbi che persero il padre, dei 19 che persero la madre, degli 11 rimasti orfani, dei sciacalli fucilati sul posto e della totale solidarietà seguita alla tragedia.
Rimane la memoria di un paese ferito che ha ricostruito il suo borgo mantenendo viva e orgogliosa la sua storia.

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