Niccolò Ricciardi ha conquistato il podio della maratona di nuoto Santa Fe–Coronda (leggi qui), una delle gare più lunghe e storiche al mondo. In questa intervista esclusiva ci racconta la sua passione per il nuoto, nata da bambino, i sacrifici della preparazione e l’emozione di un’esperienza che pochi atleti hanno la possibilità di vivere.
“Questa passione per il mondo dell’acqua, del nuoto, nasce quando ero piccolo, a sei mesi”, racconta Ricciardi. “Mio padre e mio nonno, in maniera molto responsabile direi (ride…), mi buttavano in mare dal pontile dell’Elba, e così sono entrato subito in contatto con l’acqua, con cui mi sono sempre trovato bene.”
Lo sport ha sempre fatto parte della sua vita. A parte una breve parentesi, Niccolò ha sempre nuotato, dai corsi da neonato fino ad oggi. Il contatto costante con l’acqua lo ha portato a conoscere altri ragazzi, tra cui Francesco Pettini, che lo hanno introdotto al mondo delle ultramaratone. “Queste persone mi hanno permesso di scoprire gare che vanno oltre la fatica fisica, gare che richiedono passione e resilienza,” spiega.
La scelta di affrontare la Santa Fe–Coronda è maturata con il tempo. Ricciardi ricorda che si tratta di una delle gare più lunghe e storiche, insieme alla traversata del Lac Saint-Jean in Canada e alla Capri–Napoli. Quest’ultima, racconta, “è stata la prima che ho fatto in Italia, più a portata d’uomo rispetto alle altre due, con condizioni meteo-marine più accettabili.”
La preparazione è stata lunga e intensa. “Nuotare 8 ore e 53 minuti in continuo può sembrare semplice, ma non lo è,” racconta. “Bisogna essere abituati fisicamente e mentalmente, perché in piscina hai stimoli esterni, ma in un fiume sei solo, e devi continuare a nuotare.”
Accanto a lui, il supporto umano è stato fondamentale. Il compagno di gara Tommaso Sebastiano Gallesio, detto Gallo, si è offerto volontario per accompagnarlo. “Non era una cosa da poco: stare nove ore sotto il sole non è scontato, e lui ha dovuto affrontare viaggio, fuso orario e allenamenti persi,” racconta Niccolò.
Il ragazzo, spiega, ha ricevuto anche indicazioni dal suo allenatore Labietini, ed è stato “molto bravo” nonostante fosse la sua prima volta come accompagnatore.
Anche gli sponsor e il team hanno giocato un ruolo decisivo. Niccolò sottolinea l’aiuto di Johnson Italia, e in particolare del CEO Alessandro Bardi, che ha contribuito a coprire le spese per il viaggio intercontinentale. Fondamentale anche il lavoro degli allenatori Simone Menoni e Lorenzo Martini e del preparatore atletico Gioacchio Biagietti.
La gara è stata durissima, ma non solo per i chilometri da percorrere. Niccolò spiega che il vero ostacolo sono state le temperature esterne: “Era piena estate da loro, in una cittadina interna, poco ventilata, con temperature sui 35 gradi e l’acqua che sfiorava i 30 gradi.”
Nonostante la corrente favorevole, le condizioni esterne hanno reso la prova particolarmente faticosa.
Più ci si avvicinava all’arrivo, maggiore era la sofferenza. Niccolò racconta: “Gli ultimi metri sembrano durare un’eternità, ma continui ad andare avanti perché sei sempre più vicino all’obiettivo, a compiere un’impresa che pochi hanno potuto fare.” Non si tratta solo di capacità fisiche: la maratona mette alla prova anche la mente.
A rendere l’esperienza unica, oltre alla fatica, è stato il calore umano. Gli argentini di Santa Fe seguono con grande partecipazione la gara: “Ci hanno accompagnato lungo tutto il percorso con barche e tamburi e gente sulle rive del fiume per chilometri e chilometri. Il bagno di folla all’arrivo è stato incredibile.”
A chi volesse affrontare una prova simile, Niccolò consiglia: “Allenarsi, allenarsi, allenarsi”, senza farsi scoraggiare dai momenti più pesanti o dai periodi di buio durante la preparazione.
La chiave, spiega, è non arrendersi di fronte alla fatica: “Sapere che la gara è lunga, che la fatica passerà, che c’è tempo per recuperare posizioni o rimediare errori. Una gara del genere non finisce per un errore: c’è sempre tempo.”







