In merito al delitto del povero Abanoud Youssef, è necessaria una seria riflessione; è evidente come le parole sconsiderate del sindaco Peracchini su cui abbiamo già avuto modo di esprimerci come Partito, non siano una svista né un eccesso emotivo. Sono un atto politico preciso, che introduce una lettura etnica della violenza e la usa come comodo schermo per evitare di affrontarne le cause reali.
Nel caso dell’omicidio di Youssuf, studente ucciso per gelosia da un altro ragazzo, il sindaco si è spinto fino ad affermare che “le lame le usano solo certe etnie”. Una dichiarazione gravissima, che trasforma un delitto in un pretesto per criminalizzare intere comunità, attribuendo la violenza non ai rapporti di potere, alle condizioni sociali, alla cultura del dominio, ma a un’origine etnica indistinta e stigmatizzante.
Quando però la violenza assume la forma più diffusa e strutturale, quella contro le donne, lo schema si incrina. Federica Torzullo è stata ammazzata dal marito. Qui l’etnia scompare, la responsabilità si fa improvvisamente individuale, privata, quasi accidentale. Nessuna riflessione sulla cultura maschile del possesso, nessuna assunzione di responsabilità collettiva. Solo silenzi, ambiguità, rimozioni.
Questo doppio registro è inaccettabile. L’etnia viene agitata quando serve a costruire paura e consenso, e rimossa quando obbligherebbe a mettere in discussione la nostra società, le nostre relazioni, il nostro modello culturale. È un uso strumentale e ideologico della violenza, che non protegge nessuno e non previene nulla.
Come Partito Comunista Italiano denunciamo con forza questa operazione. La violenza non nasce dal colore della pelle o dalla provenienza geografica; nasce da una società che tollera il dominio, che educa al possesso, che normalizza la sopraffazione e poi finge stupore davanti alle sue conseguenze. Una società che preferisce indicare un nemico esterno piuttosto che riconoscere le proprie responsabilità storiche.
Chi ricopre ruoli istituzionali ha il dovere di usare le parole per chiarire, non per avvelenare. Perché parole come quelle pronunciate dal sindaco non sono neutrali: alimentano divisioni, legittimano stereotipi e impediscono una vera battaglia contro la violenza, che può essere solo sociale, culturale e politica.
Enrico Pieraccini
PARTITO COMUNISTA ITALIANO
Segretario provinciale della Spezia







