Le forze di opposizione del Consiglio Comunale della Spezia, riunite in conferenza stampa, hanno espresso un forte dissenso sul disegno di legge 85/2025, la riforma sanitaria approvata dalla Giunta regionale il 6 novembre scorso. All’incontro hanno partecipato anche due consiglieri provinciali, a testimoniare la condivisione delle preoccupazioni anche a livello provinciale.
Martina Giannetti (Pd) ha aperto l’incontro sottolineando come la riforma sia destinata ad avere un impatto particolarmente pesante sul territorio spezzino e sull’ASL 5, che già soffre da anni per carenze di personale e di strutture. Secondo Giannetti, il provvedimento, fondamentalmente basato su un accorpamento delle ASL in un’unica ATS regionale, incide profondamente sulla governance, accentrando poteri decisionali e amministrativi a Genova e riducendo il ruolo dei direttori locali a mera gestione organizzativa. La consigliera ha definito il percorso della riforma “folle” per le modalità di approvazione: la Giunta regionale ha approvato il testo il 6 novembre e subito dopo sono stati avviati gli iter nelle commissioni, con l’intento di far entrare in vigore la normativa già a partire dal primo gennaio. Per Giannetti, questo comporta gravi conseguenze organizzative, logistiche e di tutela del personale.
La consigliera ha evidenziato come l’opposizione abbia cercato di inserire il Comune in un percorso di discussione più ragionato, ma che la scelta di non esprimere contrarietà netta al Consiglio delle autonomie locali abbia di fatto lasciato libero il cammino alla riforma. Giannetti ha sottolineato che il voto favorevole del Comune avrebbe potuto già in quella sede rallentare il processo, ma ciò non è avvenuto, confermando così l’urgenza e l’importanza della mobilitazione dell’opposizione comunale e provinciale.
Roberto Centi (LeAli a Spezia – Alleanza Verdi Sinistra) ha aggiunto come il provvedimento sia stato redatto in fretta e senza una visione complessiva adeguata, incidendo negativamente non solo a livello regionale ma soprattutto sull’ASL 5. Centi ha spiegato che anche l’ipotetico accorpamento tra ASL 4 e 5 non migliorerebbe la situazione: la provincia spezzina, rispetto alla media regionale, presenta circa cinquecento operatori in meno, e l’ultima e penultima posizione delle due ASL in questione, conferma la criticità sul fronte del personale. Centi ha poi denunciato il cosiddetto “Genova centrismo”, aggravato dalla riforma, che attribuisce al direttore generale dell’ATS regionale funzioni decisionali esclusive, mentre ai direttori locali restano solo compiti organizzativi, con il rischio di una progressiva perdita di vicinanza al paziente.
Centi ha poi sollevato ulteriori criticità, tra cui il mancato coordinamento con i fondi PNRR e il trattamento di debiti e crediti delle ASL, in quanto la riforma non chiarisce se saranno trasferiti all’ATS regionale o rimarranno in capo alle singole ASL territoriali. Secondo Centi, la riforma potrebbe generare problematiche simili a quelle già emerse con il Gaslini diffuso e rischia di spostare risorse e pazienti verso strutture private convenzionate, depotenziando il servizio pubblico.
Roberto Centi spiega anche che il bilancio complessivo della Regione Liguria supera i 7 miliardi di euro, con la voce dedicata alla Sanità di circa 4,3 miliardi. Sulla base di alcuni studi condotti, la riforma sembra permetta un risparmio di appena 250mila euro, una cifra irrisoria rispetto all’entità complessiva della spesa e decisamente insufficiente a giustificare i profondi cambiamenti organizzativi previsti. Centi ha sottolineato come il rapporto tra costi e risparmi dimostri che l’accentramento e l’accorpamento dei servizi non produrranno vantaggi significativi per i cittadini, mentre rischiano di ridurre l’efficienza e la qualità dell’assistenza, spostandola sempre di più verso la privatizzazione, penalizzando soprattutto le aree periferiche e più fragili della Liguria.
Franco Vaira (Avantinsieme) ha evidenziato come la riforma colpisca maggiormente per la mancanza di un’analisi preliminare adeguata e scientificamente fondata. Sottolinea che a suo parere non è stata condotta una valutazione specifica dei bisogni dei singoli territori, che in Liguria variano notevolmente: realtà come Genova presentano criticità ed eccellenze diverse da quelle della provincia spezzina, ma il testo della riforma ignora queste differenze. Vaira ha sottolineato che il dibattito attorno alla riforma è stato prevalentemente politico, con un impianto istituzionale che sembra trascurare completamente gli aspetti tecnici e epidemiologici della sanità. Non ci sono indicazioni su come integrare i servizi ospedalieri e territoriali, né come affrontare le criticità della sanità sociosanitaria, che in Liguria rimane fortemente carente, con percentuali di assistenza domiciliare molto inferiori alla media nazionale e gravi insufficienze di posti letto nelle RSA.
Vaira ha poi spiegato che non esiste alcuna evidenza scientifica che collegamenti tra aumento dei bacini di utenza e miglioramento delle performance sanitarie siano automatici. Ha confrontato il modello ligure con altri modelli regionali: in Lombardia le aziende sociosanitarie territoriali hanno bacini contenuti, ma un livello di privatizzazione pari al 50%, mentre in Emilia-Romagna le ASL sono più grandi e integrate, con una quota gestita dai privati del 12%. Ma quello che fa la differenza e fa pendere la bilancia in termini di migliori performance verso l’Emilia Romagna,è la sinergia tra i servizi sanitari e quelli sociosanitari. La riforma ligure non chiarisce come si posizioni rispetto a questi modelli e rischia di accentuare le disuguaglianze territoriali e spostare sempre più le prestazioni verso il settore privato.
Vaira ha evidenziato, inoltre, che la riforma delega poteri all’ATS centrale, senza definire come i comuni potranno sostenere i costi dell’assistenza sociosanitaria che resterà a loro carico a discapito dei servizi più redditizi. Ciò rischia di marginalizzare ulteriormente le comunità periferiche e di obbligare i comuni a sacrificare altri servizi essenziali. Infine, Vaira ha sottolineato l’importanza di coinvolgere i primari ospedalieri e gli operatori, ad oggi esclusi dal processo decisionale, per garantire una riforma effettivamente funzionale e tecnicamente corretta.
Gabriella Crovara (Italia Viva) ha insistito sulla totale assenza di indicazioni nella riforma relative agli eventuali trasferimenti del personale, sia amministrativo che medico, e sulle modalità di coinvolgimento dei medici di medicina generale nella riforma. Con un’alta percentuale di popolazione anziana, la mancata pianificazione del personale rischia di penalizzare i cittadini più fragili, costringendoli a spostamenti difficili e rischiosi per accedere ai servizi. Crovara ha inoltre sottolineato come il modello ipotizzato non preveda alcun incentivo concreto per attrarre e mantenere personale qualificato sul territorio, lasciando aperto il rischio di ulteriori fughe verso altre regioni o strutture private.
Massimo Lombardi (Spezia Bene Comune – Rifondazione Comunista) ha ribadito come la riforma si inscriva in una logica di lungo periodo di smantellamento della sanità pubblica, già avviata dalle precedenti amministrazioni regionali, e come essa rischi di favorire la privatizzazione dei servizi più redditizi, lasciando al pubblico quelli in perdita. Ha evidenziato che l’idea di concentrare funzioni e accorpare servizi per “risparmiare” rischia di peggiorare la qualità dei servizi stessi, senza alcun reale beneficio economico per la collettività. Lombardi ha poi aggiunto come la riforma non preveda strumenti di monitoraggio chiari e non definisca criteri di valutazione dell’efficacia dei servizi, rendendo difficile comprendere l’impatto reale sulle comunità locali e il meccanismo delle assegnazione di fondi su base premiale. Un tale meccanismo di accentramento, infatti, potrebbe portare a prediligere in termini di finanziamento le zone centrali, che risulterebbero maggiormente performanti, a discapito di quelle periferiche.
Tra i consiglieri provinciali presenti, Simone Regoli ha evidenziato come il tema abbia unito sensibilità diverse, sottolineando che il provvedimento appare finalizzato principalmente a risparmi finanziari, a discapito dei cittadini più fragili.
Sandro Pietrobono ha invece posto l’accento sulle difficoltà delle aree periferiche e interne della provincia spezzina, già oggi segnate da carenze di personale, medici di base, collegamenti e tempi di intervento troppo lunghi. Secondo Pietrobono, l’accentramento previsto dalla riforma rischia di lasciare queste comunità ancora più isolate. Ha sottolineato come molti cittadini vivano soli e necessitino di assistenza vicina, che diventerà impossibile se il controllo decisionale sarà completamente concentrato a Genova. L’accentramento non solo vanifica le risposte che il territorio dovrebbe poter dare in autonomia, ma rischia di creare disparità ancora maggiori tra chi ha risorse per accedere ai servizi e chi invece dipende dalla sanità pubblica locale. Pietrobono ha sottolineato infine che il risparmio promesso dalla riforma appare irrisorio rispetto ai miliardi di bilancio destinati alla sanità, evidenziando come la logica del provvedimento sia più orientata a ridurre i costi a scapito della qualità del servizio e della tutela dei cittadini.
L’opposizione ha ribadito la necessità di una riforma della Sanità ligure, ma da discutere approfonditamente con tutti gli attori coinvolti, dai sindacati ai medici, rivedendo tempi di attuazione e progetto alla luce delle esigenze concrete del territorio spezzino e delle altre province liguri. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’entrata in vigore della riforma comprometta l’autonomia dei servizi locali e la qualità dell’assistenza sanitaria per i cittadini.







