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La nostra intervista a Claudio Pistelli: attraverso l'obiettivo ha raccontato 40 anni della nostra storia In evidenza

di Anna Mori – Domani in Fondazione Carispezia l'inaugurazione della mostra che espone una selezione del suo vasto archivio fotografico.

Domani, 8 maggio, alle ore 18.00 presso le sale a piano terra della Fondazione Carispezia, si terrà l'inaugurazione della mostra "Cronaca. La città, i fatti, i personaggi nell'era del bianco e nero", un percorso espositivo che racconta più di quarant'anni di vita cittadina attraverso le fotografie scattate dal fotoreporter e giornalista spezzino Claudio Pistelli. La mostra propone una selezione del suo vasto archivio fotografico: volti, eventi e momenti che hanno fatto la storia del nostro territorio. Arricchiranno l'esposizione audiovisivi, testimonianze e approfondimenti.

Abbiamo voluto ascoltare Claudio Pistelli e farci raccontare alcuni passaggi della sua lunga carriera come fotoreporter de "Il Secolo XIX", una vita lavorativa che è passata attraverso tanti cambiamenti, dallo sviluppo in camera oscura, alla telefoto, alla macchina digitale e il cellulare e, anche, qualche aneddoto.

Claudio, da dove è nata la tua passione per la fotografia?
La mia passione per la fotografia nasce in famiglia. Mio padre era un appassionato fotografo e io e mio fratello, da bambini, abbiamo tantissime belle immagini scattate da lui. Questa passione è stata trasmessa soprattutto a mio fratello, che ancora oggi fa il fotografo e ha uno studio fotografico in via Chiodo.
Negli anni Settanta mio padre installò in casa una camera oscura proprio per mio fratello. Tra me e lui ci sono otto anni di differenza e io, da ragazzino, rimasi affascinato da quella magia: vedere le fotografie in bianco e nero nascere lentamente sotto le luci rosse della camera oscura. È lì che è iniziato tutto.
Mentre io andavo ancora a scuola, per mio fratello la fotografia era già diventata un lavoro. Verso la metà degli anni Settanta mio padre decise di prendere l'attività e lo studio di via Chiodo. Mio fratello iniziò a lavorare per "La Nazione", tra il 1976 e il 1977. Però si rese presto conto che era difficile conciliare il lavoro di fotografo di cronaca con la gestione del negozio, spesso rimaneva chiuso perché doveva uscire per fare le fotografie per il giornale e, una volta rientrato, passava ore in camera oscura a sviluppare e stampare.
Così iniziai ad aiutarlo io, al pomeriggio, dopo la scuola. E siamo andati avanti così per un po' di tempo.

Quando hai iniziato a fare il fotoreporter?
Ho iniziato a fare questo lavoro intorno ai diciotto anni. Nel 1979 iniziai a lavorare per "Il Secolo XIX". Prima collaboravo con "La Nazione", ma passai al "Secolo" per un motivo molto semplice: il lunedì il giornale non usciva, quindi avevo almeno una domenica libera ogni due. Ero un ragazzo, avevo gli amici, una fidanzata, e poter avere tempo per me ogni tanto era importante.
Così, dal 1979 fino al 2023, ho lavorato per "Il Secolo XIX".
Più che un fotografo o un fotoreporter, credo di essere stato soprattutto un curioso. Da bambino abitavo in via Ferruccio, in pieno centro, e quando succedevano incidenti in via Fazio io e i miei amici correvamo subito a vedere cosa fosse successo. In fondo sono stato un curioso con la macchina fotografica. Niente di più.
Poi magari è capitato anche di fare qualche bello scatto, lo dico scherzando. Ma il nostro obiettivo non era cercare la "bella foto", ma un'immagine che sapesse raccontare qualcosa.
Quando arrivavo su un fatto di cronaca studiavo subito la scena per capire dove posizionarmi, cosa inquadrare, quale fosse il momento giusto per scattare. Anche perché una volta si lavorava con i rullini fotografici: ogni scatto aveva un costo e, soprattutto, significava poi sviluppare e stampare tutto il materiale. Tornare in redazione con troppo materiale voleva dire perdere moltissimo tempo.

Come è cambiato il tuo lavoro in tutti questi anni?
In redazione avevo una piccolissima camera oscura. Tornare con tanti rullini da sviluppare era un problema enorme, anche perché il tempo non esisteva: c'erano orari strettissimi per il "fuorisacco" o per la telefoto.
Prima del digitale si lavorava con le macchine fotografiche analogiche. Io preparavo i rullini e poi scattavo pensando molto a quello che facevo, non come oggi che si fotografa qualsiasi cosa. Tentavo di ottenere subito lo scatto più utile possibile, aspettando il momento giusto, cercando l'inquadratura migliore, proprio per avere meno materiale possibile da sviluppare.
Quando tornavo in redazione dovevo sviluppare e stampare tutto. Anche con poco materiale ci volevano almeno 30 o 45 minuti. E si facevano cose che un fotografo tradizionale non avrebbe mai fatto: i negativi vedevano pochissima acqua, venivano lavati velocemente, asciugati con le dita e poi con il phon. Se oggi lo raccontassi a un fotografo di bianco e nero inorridirebbe. Eppure mi stupisco ancora del fatto che quei negativi siano arrivati fino a oggi in ottime condizioni.
La mattina si scattava, si sviluppava e si stampava direttamente in redazione. Se riuscivamo ad avere il materiale pronto entro le 13.30, partiva il cosiddetto "fuorisacco": una busta dentro la quale venivano inserite le fotografie e gli articoli scritti a macchina dai redattori.
Spesso ero io stesso a portare questo materiale in stazione. All'epoca esisteva ancora l'ufficio postale ferroviario e sui treni locali c'era un vagone apposito. Se arrivavo tardi consegnavo direttamente al treno, altrimenti lasciavo tutto all'ufficio della stazione.
Questa busta si chiamava "fuorisacco" perché aveva una priorità speciale riservata ai quotidiani: veniva consegnata direttamente agli addetti postali sul treno e poi ritirata dai fattorini all'arrivo, a Genova o a Firenze, per essere portata in tipografia. Tutto ciò che invece succedeva nel pomeriggio o in serata veniva inviato tramite telefoto.

Come funzionava la telefoto?
La telefoto era una macchina collegata alla linea telefonica. Aveva un rullo che girava molto lentamente e sul quale veniva fissata la fotografia con delle stecche di ferro. Si chiamava la ricevente — per esempio Genova — e quando il tecnico dava il via, si avviava la trasmissione. Partiva un piccolo occhio luminoso che leggeva lentamente tutta la fotografia mentre il rullo girava. Per trasmettere una foto 13x18 servivano circa 7-8 minuti; per una 18x24 anche 10-11 minuti.
Terminata la scansione, dopo un paio di minuti la stessa immagine arrivava alla ricevente, magari con righe e difetti dovuti alla trasmissione, ma comunque arrivava. E questo permetteva di pubblicare sul giornale fotografie scattate anche a tarda sera.
Il nome tecnico della telefoto era "Belinografo", dal nome dell'inventore Édouard Belin...pensa l'ho scoperto dopo tanti anni! Noi l'abbiamo sempre chiamata semplicemente telefoto.
Poi, nel 1997, arrivò il digitale. Io e Mauro Frascatore capimmo subito che sarebbe stata una rivoluzione. La qualità inizialmente era molto bassa, ma per il giornale bastava. Con il digitale spariva la camera oscura e si potevano avere fotografie immediate.
I giornali allora erano ancora in bianco e nero, poi nei primi anni Duemila arrivò il colore: inizialmente solo in prima pagina e successivamente in tutto il giornale.
Queste macchine digitali sono state una grande innovazione, ma in parte hanno anche contribuito a distruggere la professione. Prima servivano competenze tecniche importanti: sviluppo, stampa, camera oscura. Con il digitale chiunque poteva scattare una foto, collegarla a un computer e inviarla a un giornale. Da un lato è stato un bene, dall'altro ha cambiato completamente il mestiere.
Una volta arrivato il cellulare, ho comprato subito anche quello. Nonostante le corse qua e là, sono però riuscito sempre a gestire le attività di mio figlio.

Come nasce l'idea di questa mostra?
L'idea è nata grazie a un amico commercialista che da anni mi ripeteva: "Devi tirare fuori quelle foto, le nostre foto di Piazza Verdi, dei ragazzi degli anni Ottanta, della malavita e di tutta quell'epoca".
Alla fine ho comprato uno scanner e ho iniziato a riguardare tutti i negativi, uno per uno, dal primo all'ultimo. Ogni volta che trovavo immagini di amici, poliziotti o personaggi della città, le inviavo alle persone che conoscevo.
È successo anche con Andrea Corradino: gli mandai molte fotografie di suo padre, l'avvocato Gianfranco Corradino, figura storica della città negli anni Ottanta. Da lì abbiamo iniziato a parlare dei personaggi della Spezia di quel periodo, compresi quelli legati alla malavita.
Fu proprio Andrea Corradino, alla fine del 2023, a dire: "Dobbiamo organizzare subito una mostra". Io però chiesi tempo, perché volevo rivedere tutto il materiale. Ci ho impiegato più di un anno tra negativi e fotografie digitali.
Successivamente Andrea mi ha messo in contatto con Marco Condotti, curatore della mostra, e alcuni mesi fa abbiamo iniziato a lavorare concretamente al progetto fino ad arrivare alla data inaugurale di maggio.
È stato un lavoro enorme e anche emotivamente difficile. Sia io sia Marco conoscevamo molte delle persone ritratte, e molte oggi non ci sono più. La parte più complicata è stata scegliere cosa escludere. Abbiamo deciso di stampare le fotografie in formato leggermente più piccolo per riuscire a esporne il più possibile.

Cosa vedranno i visitatori nelle sale della mostra?
Da domani presso i locali a piano terra della Fondazione Carispezia ci saranno oltre 300 fotografie stampate e incorniciate e anche uno spazio dedicato a Mauro Frascatore con una decina di sue fotografie: era una cosa che desideravo fortemente.
Inoltre, saranno presenti cinque monitor: quattro con il bianco e nero e uno con il colore, suddivisi per temi nelle varie sale. Anche se la mostra riguarda soprattutto l'epoca del bianco e nero, ho lavorato altri ventitré anni nel periodo del colore e mi sembrava giusto raccontare anche quella parte della mia carriera. Per questo ci sarà un monitor con immagini degli ultimi anni, fino al crollo del Ponte di Albiano durante il periodo del Covid, nell'aprile 2020. Inoltre saranno esposti giornali originali che ho conservato nel tempo, con pagine storiche e fatti di cronaca dell'epoca.
Naturalmente molta "nera" non sarà esposta. Il lavoro è cambiato tantissimo anche sotto questo aspetto. Una volta si fotografava tutto: incidenti, feriti, cadaveri. Più una fotografia era cruda e più i giornali la volevano. Non solo i quotidiani, ma soprattutto settimanali e mensili chiedevano esplicitamente immagini forti.
Noi fotografi entravamo ovunque, anche dentro le ambulanze, pur di documentare tutto. Oggi, fortunatamente, c'è molta più attenzione e credo sia giusto così. Adesso non ti fanno più vedere certe scene e i giornali evitano di pubblicare scatti troppo crudi. Sotto questo aspetto il lavoro è sicuramente migliorato.

Ci sono aneddoti del tuo lavoro che ti sono rimasti impressi?
Mi sono rimasti impressi soprattutto due episodi.
Il primo risale al 1979. Era una giornata piovosa quando arrivò la notizia che un Piper era precipitato sul Monte Coregna. Mi recai sul posto insieme a Riccardo Sottanis, che all'epoca si occupava di cronaca nera.
Era buio e illuminavamo la zona con le torce. A un certo punto misi il piede sull'ala dell'aereo, che era bagnata, scivolai e caddi in un dirupo. Dovettero recuperarmi i Vigili del Fuoco. Fortunatamente non mi feci nulla e continuai comunque a scattare fotografie. Purtroppo all'interno della carlinga si vedevano chiaramente i corpi delle due persone decedute: il pilota e il proprietario dell'aereo.
Il secondo episodio riguarda la visita alla Spezia di Lady Diana e del principe Carlo nel 1985.
Il Britannia, lo yacht reale, era attraccato in Arsenale e alla Base Navale si svolse una cerimonia alla presenza dell'allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Noi fotografi eravamo sistemati su un palchetto per seguire l'evento. Terminata la cerimonia, uscii dalla porta principale e vidi che molte persone aspettavano il passaggio dell'auto reale.
Mi posizionai con le spalle al Museo Navale, in una zona dove c'era poca gente. Quando l'auto passò, Lady Diana si accorse che la stavo fotografando: mi guardò, sorrise e mi salutò con la mano. Io riuscii a scattare la fotografia proprio in quell'istante. Quella foto è stata poi scelta da Andrea Corradino e Marco Condotti come immagine simbolo della mostra.

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