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Rossano B. Maniscalchi: “La fotografia è un istante che rivela l’anima” In evidenza

di Francesca Tarantino - Il fotografo e regista si racconta tra incontri straordinari, visione artistica e libertà creativa

C’è un modo particolare in cui Rossano B. Maniscalchi parla della fotografia: non come di un mestiere, ma come di una condizione dell’anima. Le sue parole scorrono come se stesse ancora guardando dentro un obiettivo, cercando quel punto esatto in cui un volto, una luce, un gesto diventano racconto. “La fotografia è qualcosa di unico”, dice. “È un istante che non torna, ma che può continuare a vivere”.

La sua carriera, iniziata negli Stati Uniti come fotografo di moda, è un viaggio lungo trent’anni che lo ha portato a incontrare figure che segnano la storia: Barack Obama, il Dalai Lama, il principe Carlo, scrittori, scienziati, attori. “Mi sento privilegiato”, confessa. “Sono persone che forse vedi una sola volta nella vita. A volte hai un minuto, altre volte tre, altre ancora venti se sei fortunato. Devi arrivare preparato, sapere chi hai davanti, capire come entrare in sintonia. È un lavoro di ascolto, prima ancora che di tecnica”.

Maniscalchi ha lavorato e vissuto negli Stati Uniti, collaborando con stilisti e brand dell’alta moda, un ambiente che gli ha permesso di affinare uno sguardo capace di andare oltre l’estetica per cercare l’identità delle persone che fotografava. “La moda è stata un laboratorio”, racconta. “Non mi interessava solo l’abito, ma la persona. Cercavo di far emergere ciò che loro interpretavano e ciò che io vedevo. Le mie immagini di moda non sono mai semplici immagini di moda: sono costruzioni, ambientazioni, narrazioni”.

Accanto alla moda cresce la sua ricerca fine arts, più intima, più libera, spesso accompagnata da poesie e testi che completano l’immagine. “Quando lavori nella fine arts sei solo tu e il soggetto. È un dialogo silenzioso, un modo di dare forma a un pensiero”.

Il suo percorso lo porta poi a diventare fotografo ufficiale di fondazioni culturali e istituzioni internazionali: il Festival degli Scrittori d’Europa a Praga, la Fondazione dei Premi Nobel per la Pace a Roma, la Fondazione dell’Economia a Venezia. È lì che incontra alcuni dei protagonisti più influenti del nostro tempo. “Con certi personaggi devi essere rapidissimo. Quando ho fotografato Salman Rushdie mi avevano detto che avevo un minuto. Alla fine siamo rimasti a parlare mezz’ora di arte, di letteratura, perfino di Milan e Berlusconi. Tutto dipende da come ti presenti, da come entri in relazione. Non tutti sono disponibili, ma la maggior parte sì. E quando si crea un contatto, anche minimo, l’immagine cambia”.

La regia arriva come un’estensione naturale della fotografia. “Il passaggio è stato facile”, racconta. “Ho sempre avuto una mia visione, un mio modo di interpretare ciò che vedo. Nei miei film si vede molto la mia fotografia: la luce, la composizione, la ricerca dell’emozione”.

Con il suo team ha realizzato dodici cortometraggi, ottenendo oltre cinquanta premi internazionali e tre vittorie consecutive a Cannes. “Il cinema dilata l’istante. È un flusso narrativo, un tempo che si apre. Ma la radice è la stessa: raccontare”.

Parlando della mostra “Il Tempo, un istante”, ospitata al Castello di Lerici, Maniscalchi si illumina. “Non è un punto d’arrivo. Ogni mostra è un nuovo inizio. Spero che chi verrà possa trovare qualcosa di diverso, un frammento del mio modo di guardare il mondo”.

Il legame con Lerici è profondo, personale: “Conosco il sindaco Leonardo Paoletti da molti anni. Aveva promesso che avrebbe portato la mia mostra qui, e lo ha fatto. Per me è una grande soddisfazione”.

Alla domanda su ciò che desidera trasmettere al pubblico che vedrà la sua mostra, l'artista sorride: “Interpretare le mie immagini non è facile, e non deve esserlo. Ognuno vede qualcosa di diverso. Se una foto fa sorridere, pensare, immaginare, allora ha già compiuto il suo percorso. Io sono libero quando creo. Se gli altri riescono a entrare in quella libertà, allora siamo insieme”.

Tra i suoi scatti più cari cita “Too many things I would like to say”, dedicata alla nascita di suo figlio: “È un’immagine che contiene tutto. È il mio tempo interiore”.

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