La crisi esplosa in queste ore tra Iran, Stati Uniti e Israele segna un passaggio delicatissimo dell’equilibrio globale. Non è uno scontro improvviso, ma il punto di arrivo di tensioni accumulate, deterrenze forzate e calcoli strategici sempre più rischiosi. Di fronte a questo scenario, le semplificazioni morali servono a poco. Non siamo davanti a una favola con buoni e cattivi, ma a un conflitto tra interessi vitali, sicurezza e rapporti di forza. Ignorare questa realtà significa favorire un’escalation che potrebbe rapidamente sfuggire a ogni controllo.
La lezione degli ultimi decenni è chiara: l’uso della forza in nome di principi astratti ha spesso prodotto instabilità, guerre prolungate e nuove crisi. La democrazia non nasce sotto le bombe, la pace non nasce dall’assenza di scontro, bensì dal suo contenimento. L’ordine non è il trionfo del bene, è la limitazione del male.
In questo contesto, l’Europa non può permettersi né l’automatismo dello schieramento né l’impotenza delle dichiarazioni rituali. A mio avviso il suo ruolo non è quello di alimentare lo scontro, ma di lavorare per il contenimento, la de-escalation, la riapertura di canali diplomatici credibili. È qui che si misura la sua maturità politica.
In un mondo multipolare, l’equilibrio resta l’unica alternativa al caos. Non entusiasma, non produce titoli facili, ma evita il peggio. E oggi, più che mai, la responsabilità sta nel riconoscere i limiti e agire perché questa crisi non diventi l’innesco di qualcosa di irreversibile.
Sursum Corda
(Foto di repertorio)







