“L’adolescenza è il periodo in cui ci si può perdere”, ha spiegato questa mattina lo psicoanalista Gian Marco Ciavolino durante l’incontro del ciclo Ne Parliamo?, promosso da Futuro Aperto all'Istituto Parentuccelli-Arzelà di Sarzana. Un’affermazione che, come ha chiarito, non vuole essere allarmistica, ma descrivere la natura stessa di questa fase della vita: un tempo di transizione in cui non si è più bambini, ma non si è ancora adulti. “In mezzo c’è il caos”, ha detto, “e i ragazzi devono trovare un modo per ritrovarsi”.
Secondo Ciavolino, il tema centrale è quello dell’identità, spesso trascurato rispetto al più frequente dibattito sulle emozioni. “Si parla molto di emozioni e della capacità di trasformarle in pensiero, ma troppo poco di quanto l’identità possa far sentire persi e mettere in difficoltà”.
Nel dialogo con gli studenti, lo psicoanalista ha scelto di “spezzare una lancia” a favore dei social, evitando demonizzazioni semplicistiche. “Siamo tutti dipendenti dal telefono, non solo i ragazzi”, ha osservato. Il vero rischio, secondo lui, non è l’ambizione che i social possono stimolare, ma la standardizzazione del desiderio.
“I social non propongono desideri troppo alti: il problema è che li rendono tutti uguali. Io ho tantissima fiducia nella fantasia del desiderio, e temo che questa uniformità possa impoverirla”. Allo stesso tempo, il telefono può diventare un rifugio, come lo era un tempo la propria stanza: “Quando un adolescente soffre e si rifugia nei social, non è il social il problema, ma la sofferenza”.
Ciavolino ha raccontato di essere arrivato all’incontro con una certa preoccupazione per il format: “L’introspezione è fondamentale, ma un palco e un microfono la rendono difficile. Per favorirla bisognerebbe entrare nelle classi, nella quotidianità dei ragazzi”.
Nonostante questo, la risposta degli studenti lo ha sorpreso positivamente. “Ho sentito tantissima partecipazione. Mi hanno fatto domande importanti, mi hanno chiesto se secondo me ero riuscito a smuovere qualcosa”. La sua risposta è stata chiara: non puntava a far capire tutto, ma a lasciare almeno un seme, “qualcosa che li mettesse in moto e li spingesse a continuare la ricerca, non solo con me ma anche con i professori e con figure che dovrebbero essere sempre più presenti nella scuola”.
Sul tema dell’educazione affettiva, spesso oggetto di dibattito e talvolta di resistenze, Ciavolino si è espresso con decisione. “Il vero ostacolo per i professori è la distanza fisiologica che il loro ruolo comporta: mettono voti, rappresentano l’istituzione. Per questo serve una figura terza, che non valuti e non abbia un programma, capace di ‘sporcarsi le mani’ con ciò che accade nelle classi”.
Secondo lo psicoanalista, questa presenza esterna può diventare un “cavallo di Troia” positivo, capace di creare uno spazio di relazione autentica e di ascolto, oggi più che mai necessario.







