“Mi sono svegliato alle due del pomeriggio del 31 maggio 2013 su una barella con le lenzuola bianche e le coperte candide del pronto soccorso di Pavia. Davanti a me c’era un medico con il camice che mi dava le spalle. Stava dicendo che ‘la Tac per l’emorragia è negativa’. Sono state le prime parole che ho sentito nella mia seconda vita”.
Così comincia Meno dodici, il libro in cui Pierdante Piccioni, allora primario all’ospedale di Lodi, racconta il suo risveglio dopo un incidente che gli ha cancellato dodici anni di memoria. Dodici anni svaniti in un istante, inghiottiti da un buco nero che lo ha riportato indietro al 25 ottobre 2001.
Quando ha riaperto gli occhi, credeva di essere un quarantenne nel pieno della vita. Ma allo specchio trovava un uomo con i capelli grigi e un volto segnato dal tempo. I figli non erano più bambini: quegli occhi infantili che ricordava avevano lasciato spazio a due ragazzi ormai adulti, con la barba e gli studi universitari. La madre, che nella sua mente era ancora viva, non c’era più. E la moglie gli sembrava una sconosciuta, con le rughe e i capelli di un colore diverso. Intorno a lui il mondo era cambiato: le lire non esistevano più, Internet aveva invaso la quotidianità, Obama era diventato Presidente degli Stati Uniti e il Papa non era più Giovanni Paolo II, ma Francesco.
“Come potevo riprendermi la mia vita?”, scrive nel libro. Una domanda che per mesi, per anni, è rimasta sospesa, senza una risposta immediata. Perché il tempo, per lui, si era spezzato in due: il “prima” e il “dopo”. Due vite parallele, separate da un vuoto di dodici anni che nessuno potrà mai restituirgli, ma che lui ha deciso di riempire con una nuova forma di vita, di professione, di umanità.
Incontriamo Pierdante, DOC, in occasione della sua presentazione del libro, organizzata da Francesco Millepiedi, Federico Cappa e Pietro Balestri di Eventi, Salute, Società e Spettacolo.
“Come diceva Borges, ‘Noi siamo la nostra memoria’. Ma io aggiungo che siamo anche la memoria degli altri”, racconta Pierdante Piccioni a Gazzetta della Spezia.
È in questa frase che si racchiude il senso profondo della sua rinascita. Dopo l’incidente ha dovuto imparare tutto da capo: a fidarsi delle persone che lo circondavano, a ricostruire i legami familiari, a ricordare se stesso attraverso gli occhi di chi lo amava.
“Ho dovuto ricordarmi di essere un medico, un consulente del Ministero della Salute, un radiologo. Se non avessi letto migliaia di email che mi riguardavano, non ci avrei mai creduto”, confida. Eppure, mentre tutto in lui cercava un appiglio, la medicina, la sua professione, è diventata la chiave per tornare a vivere.
Le terapie, i test, le indagini neurologiche non hanno mai riportato a galla i ricordi perduti. “Purtroppo nessun ricordo è tornato, nonostante le terapie. Gli accertamenti hanno stabilito che avevo gravi lesioni cerebrali. Sono diventato una cavia per studiare la memoria e le sue funzioni. Sono passato dall’altra parte, da medico a paziente.”
Quell’esperienza – trovarsi dall’altro lato del lettino – lo ha cambiato per sempre. Gli ha insegnato la fragilità, ma anche la forza di chi si rialza. È da lì che nasce il suo concetto di “pazientologia”, una nuova disciplina umana, prima ancora che scientifica, che lui stesso definisce “un master in empatia”.
Dopo anni di riabilitazione, di studio, di ostinazione, Pierdante Piccioni è tornato in corsia. Non si è arreso alla pensione anticipata, non ha accettato l’idea di chiudere la sua carriera dietro un vuoto di memoria. Ha studiato di nuovo, ha colmato i dodici anni di progresso medico che non aveva vissuto. Ha vinto contro la burocrazia e contro la paura.
Nel 2015 è tornato al lavoro, come primario del pronto soccorso dell’ospedale di Codogno. E proprio lì, sette anni dopo, sarebbe esploso il primo focolaio di Covid-19 in Europa. “Sono stato il primario che ha visto il paziente zero del Covid”, ricorda con sobrietà. “Oggi mi occupo di gravi disabili. In famiglia scherzano dicendo che sono un disabile che cerca di assistere altri disabili. Ma la verità è che ogni giorno, in quelle persone, rivedo un pezzo di me.”
Il suo lavoro oggi è dedicato all’integrazione tra ospedale e territorio, un’unità che segue i pazienti in fase di remissione dal Covid e le persone con malattie croniche complesse. È la medicina come atto di restituzione: “Ai giovani che decidono di intraprendere la professione medica, dicosempre che ho imparato che fare il medico è un modo per restituire ciò che ci viene donato. È il lavoro più bello del mondo. Quando entro in casa di un paziente mi chiedo sempre cosa riceverò in dono, perché ogni incontro lascia qualcosa. A Pavia, dove sono docente di comunicazione, cerco di insegnare, o meglio trasmettere, proprio questo".
Dopo l’incidente, molte persone gli sono state accanto, sostenendolo in un difficile cammino di rinascita fatto di fatica, memoria ricostruita e nuove consapevolezze. Ma non tutti si sono comportati con la stessa umanità. Pierdante Piccioni parlando di un aneddoto che gli è rimasto particolarmente impresso, con una vena di amarezza ha spiegato che “due persone mi hanno chiesto 25.000 e 45.000 euro approfittando della mia memoria mancata — racconta Piccioni — io ragionavo ancora in milioni di lire, non avendo visto l’avvento dell’euro. Ho poi scoperto che avevano problemi di gioco. È allora che ho capito che nel mondo esistono persone davvero riprovevoli, i cosiddetti sciacalli, quelli che dopo un terremoto cercano oggetti di valore tra le macerie”.
La sua storia è diventata un caso editoriale, poi una fiction di enorme successo. “Doc – Nelle tue mani”, con Luca Argentero protagonista, è stata venduta in oltre cento Paesi, dalla Grecia alla Russia, fino alla versione americana prodotta dalla Fox. “All’inizio provavo imbarazzo, oggi solo orgoglio”, racconta Piccioni. “Una volta sul set qualcuno ha chiamato ‘Doc’ e ci siamo girati sia io che Argentero. Ho detto quindi a Luca: ‘Guarda che Doc sono io’. E lui mi ha risposto: ‘No, Doc sono io’. Abbiamo riso. Quello scambio racconta più di tante parole quanto sia entrato nella parte.”
Il successo della fiction è stato travolgente: oltre cinque milioni di spettatori per la prima puntata della terza stagione e quasi il 30% di share per il finale. Ma dietro la popolarità, c’è la sostanza di una storia vera, fatta di dolore, riscatto e tenacia. Perché il vero “Doc” non è solo il medico che ha perso la memoria: è l’uomo che ha trovato un nuovo modo di guardare la vita.
A Gazzetta della Spezia, Pierdante Piccioni parla del “Pier di prima” e del “Pier di dopo”: due persone diverse, ma legate da un’unica coscienza. “La vita che ho oggi è speciale, complicatissima, ma appagante. Quella di prima era normale, semplice, tranquilla.”
Nel suo sguardo, oggi, convivono le due versioni di sé: l’uomo che ha dimenticato dodici anni e quello che li ha ricreati attraverso la memoria degli altri. La consapevolezza che tutto può cambiare in un istante, e che ciò che resta – dopo la paura, il dolore, la perdita – è la possibilità di ricominciare.
“Per un incidente ho perso dodici anni della mia vita”, dice con la calma di chi ha imparato ad accettare l’inspiegabile. “Ma ho capito che il tempo non si misura solo con l’orologio. Si misura con la gratitudine. E ogni giorno, da quando mi sono risvegliato, è un giorno guadagnato.”







