“Eravamo soli,” racconta oggi, “di fronte a un evento che non solo il nostro territorio non conosceva, ma che l’intero Paese non era preparato a gestire.”
Da allora, il concetto stesso di allerta meteo è entrato nel vocabolario quotidiano degli italiani. Le immagini delle frane, delle strade interrotte, delle case invase dal fango hanno segnato una svolta nella percezione del rischio idrogeologico. “Quello che nel 2011 era un trauma isolato,” sottolinea Fiasella, “oggi è diventato una condizione permanente: viviamo sotto l’incubo delle allerte, ma almeno abbiamo imparato a riconoscerle.”
Intervista a Marino Fiasella
“Nel 2011, quando ero presidente della Provincia della Spezia, mi trovai ad affrontare un’immane tragedia. Un’esperienza che mi coinvolse non solo come rappresentante dell’ente, ma anche come uomo e nativo della mia amata Val di Vara.”
In che momento ha capito che ci trovavamo davanti a una tragedia senza precedenti?
«Grazie ai telefonini e ai social, che immediatamente ne hanno diffuso le immagini, si è avvertito sin dal principio che eravamo in presenza di un evento capace di denunciare tutta la fragilità del territorio colpito. Un territorio incapace di sopportare quell’esplosione d’acqua che ha cancellato pezzi interi di aree rurali, borghi abitati, strade, civiltà. E ha portato con sé anche 13 persone, ricordate come vittime della tragedia. Fu in quell’occasione che la Sala della Protezione Civile venne inaugurata per davvero, con Prefettura e Provincia impegnate in un unico coordinamento. Fu subito difficile contattare i referenti dei territori colpiti: erano impegnati a mettere in salvo le persone.»
Quali furono le prime misure adottate per far fronte all’emergenza?
«Si attivò immediatamente la procedura di emergenza, coinvolgendo Regione Liguria e Protezione Civile Nazionale. In Provincia, tutti i tecnici della viabilità, della difesa del suolo e della protezione civile si misero al lavoro per un primo report sullo stato delle strade. Il risultato fu devastante: in due giorni ci trovammo a dover chiudere oltre 300 km di strade provinciali. Praticamente, assieme a quelle, si chiuse anche l’autostrada in direzione Genova, che in due tratti fu quasi cancellata, come se fosse costruita sulla sabbia.»
Come ha vissuto personalmente il dolore e lo smarrimento della comunità?
«È stato un dolore che non si può dimenticare. Ricordo i volti delle persone, lo sguardo perso di chi aveva visto scomparire la propria casa, la propria storia, i propri affetti. In quei giorni non c’era tempo per pensare, bisognava solo agire, ma ogni sera, tornando in Prefettura o in Provincia, sentivo addosso il peso immenso di quella sofferenza collettiva. Mi sono sentito vicino a quella gente come mai prima, e credo che proprio quel legame umano, quella partecipazione sincera, sia stata la forza che ci ha permesso di rialzarci.»
Ci sono stati momenti in cui ha temuto di non riuscire a gestire la situazione?
«Sì, ci sono stati momenti di grande sconforto. Quando arrivavano notizie frammentarie, quando non si riusciva a raggiungere certi paesi isolati o a contattare i sindaci, la paura di perdere il controllo era reale. Ma in quelle ore, paradossalmente, si scopre una lucidità che non si sa di avere: non ci si può permettere di cedere. Ognuno di noi, in quelle stanze, sapeva che se avessimo vacillato noi, sarebbe crollato tutto il resto. Così si è andati avanti, con la testa e con il cuore.»
Quali figure o collaborazioni ritiene siano state determinanti nell’affrontare l’emergenza?
«È stato così grande ciò che è accaduto che tutte le istituzioni si sono generosamente adoperate, e non poteva essere altrimenti. Chiunque arrivava nel cuore della tragedia incontrava insieme il disastro del luogo e il dolore delle persone. Rimasero vicini alle comunità colpite anche nel tempo della ricostruzione, oltre al Prefetto, il Vescovo: perché andava accompagnata nella rinascita la comunità laica e religiosa.»
Guardando indietro, quali decisioni ritiene più importanti?
«La cosa più importante è stato l’atteggiamento dell’intera comunità provinciale, che si è sentita parte del dramma che aveva colpito una parte di essa. L’unica cosa positiva di quella maledetta alluvione fu la solidarietà che nacque tra tutti: cittadini, paesi, comuni e anche tra gli enti. Si faceva a gara a chi riusciva a fare di più, ognuno voleva dare una mano, senza distinzioni o protagonismi.»
Quali insegnamenti lascia questa esperienza, sia per le istituzioni che per i cittadini della Val di Vara?
«L’insegnamento è che la comunità della Val di Vara è stata all’altezza della disgrazia che l’ha colpita. In poco tempo si è ricostruito tutto ciò che era stato distrutto.»
I segni dell’alluvione sono ancora visibili dopo 11 anni. Secondo lei, sono stati presi i dovuti accorgimenti per evitare di trovarci impreparati in futuro?
«I segni sono nella memoria di chi ha vissuto la tragedia. Se si va a Brugnato, Borghetto, Rocchetta, Pignone, Casale – solo per citarne alcuni – tutto è ricostruito, appare ed è più sicuro di quanto fosse prima dell’evento. Ma sarebbe da pazzi pensare di essere al riparo da eventi straordinari e sempre più frequenti. Bisogna lavorare sul territorio per renderlo più resistente, e sulle persone che lo vivono, affinché sviluppino la cultura dell’autoprotezione e della conoscenza dei rischi. È fondamentale che i Sindaci, responsabili della protezione civile, adeguino i loro Piani e creino occasioni di incontro per far sì che tutti i cittadini ne siano a conoscenza.»







