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Sabrina Chiappa, da Lerici al Mondiale: “Vestire la maglia azzurra è stata l’emozione più grande della mia vita” In evidenza

di Anna Mori - L’ultramaratoneta lericina ci racconta la sua gara ad Albi.

C’è un momento in cui una passione diventa qualcosa di più. Per Sabrina Chiappa, lericina, quel momento è arrivato ad Albi, in Francia, quando ha indossato la maglia azzurra e ha rappresentato l’Italia alla 24 ore del Campionato del Mondo di Ultramaratona. È arrivata trentesima nella classifica generale femminile e terza nella categoria donne W40 del Campionato Master, in una gara che ha visto ai nastri di partenza atleti provenienti da 45 Paesi: 169 donne e 221 uomini. Ma più che i numeri, a restare impressi sono le parole e le emozioni di Sabrina, che raccontano la grandezza e la semplicità di chi corre spinta dall’amore autentico per ciò che fa.

“È stata un’esperienza fantastica – racconta – Immaginavo che vestire la maglia azzurra sarebbe stata una grande emozione, ma viverlo è stato qualcosa di unico. Rappresenti il tuo Paese in quello che è anche la tua passione, e non esiste nulla di più bello. Ti senti spinta a dare tutto, non per dovere, ma per onore. È un simbolo che ti trascina a dare il massimo, spontaneamente.”

La gara, però, non è stata facile. Ventiquattro ore consecutive di corsa, gestendo la fatica, il sonno, il caldo del giorno e il freddo della notte. “Ci sono stati diversi problemi, dalle vesciche ai piedi ai dolori muscolari, arrivati prima del previsto. Di solito, se ti sei preparato bene, i dolori si fanno sentire nella seconda parte della gara, ma questa volta sono arrivati subito. È diventata una gara di gestione, di resistenza mentale. Avevo promesso a me stessa di onorare la maglia azzurra e tutto il lavoro fatto nei mesi di preparazione, e così ho fatto. Non mi sono mai arresa.”

Alla fine, Sabrina ha percorso 223,333 chilometri. “Avrei voluto migliorare il mio risultato precedente, quello della mia prima 24 ore a Venezia, dove avevo fatto 224,5 chilometri. Ma considerando come è andata, sono soddisfatta. Ho dato tutto. Forse si poteva fare meglio, ma poteva anche andare peggio. Sono riuscita a gestire la gara e a portarla a termine, e questo, per me, vale tanto quanto qualche chilometro in più.”

Il percorso verso Albi era iniziato un anno prima, quando Monica Casiraghi – una delle tecniche della Nazionale insieme a Paolo Bravi – le aveva chiesto se se la sentiva di provare a qualificarsi per la 24 ore. “Ne ho parlato con il mio allenatore, Fulvio Massini, e abbiamo deciso di provarci. È iniziata così la preparazione per la 24 ore di Venezia, dove ho raggiunto i minimi richiesti per entrare in Nazionale, che per le donne sono 220 km. Da lì tutto è proseguito, fino a quest’estate, quando ho affrontato la parte più dura e impegnativa della preparazione.”

E impegnativa lo è stata davvero. Sabrina vive a Lerici, dove gestisce un negozio di articoli sportivi, Running Station. “Il periodo più intenso della preparazione è coinciso con l’estate, che per me è anche la stagione di maggiore lavoro. Non mi piace parlare di sacrifici, perché i sacrifici suonano come qualcosa fatto controvoglia. Io invece ho fatto tutto con gioia, ma è stato molto impegnativo. Ho dovuto incastrare allenamenti e lavoro, spesso grazie all’aiuto di mio zio Luciano, che mi ha sostituita in negozio quando dovevo correre. Di più non credo che avrei potuto fare. Per una gara così devi stare tante ore sulle gambe, abituarti alla fatica e al dolore.”

Sabrina parla della fatica con serenità, quasi con rispetto. “In questo sport la fatica e il dolore fanno parte del gioco. Non è sofferenza, perché la sofferenza è un atteggiamento mentale negativo. Se vivi il dolore come parte di ciò che ami, lo accetti, lo attraversi, e diventa qualcosa di positivo. Non siamo eroi, non è una guerra. È semplicemente la parte meno piacevole di una passione grande.”

Il giorno della gara ad Albi, il meteo ha messo a dura prova gli atleti. “C’è stato un forte sbalzo termico: di giorno faceva caldo, più di venti gradi, e molti si buttavano addosso acqua e ghiaccio. Io l’ho sentito, ma non l’ho sofferto troppo. Di notte invece è scesa la temperatura, qualcuno correva con guanti e cappello. Io per fortuna non ho sofferto né il caldo né il freddo, e neppure ho avuto problemi di stomaco, che sono molto comuni in questo tipo di gare. Devo ringraziare anche il professor Angelini, che mi segue per l’alimentazione e l’integrazione: ha fatto davvero un grande lavoro.”

Accanto a lei, lungo le ventiquattro ore, c’erano i tecnici Monica Casiraghi e Paolo Bravi, e il fisioterapista Andrea Caspani. “Sono stati i nostri angeli custodi. Ci hanno assistito giorno e notte, ci passavano i rifornimenti, erano sempre pronti se qualcosa non andava. Li ringrazierò sempre per questo. E poi i miei compagni del team Italia Marco Visintini, Tiziano Marchesi e Alberto Furlan: condividere la trasferta con loro è stato bellissimo. Siamo accomunati dalla stessa passione, e anche nei momenti liberi c’è stato spazio per conoscersi, ridere, alleggerire la tensione. Uno dei momenti più emozionanti è stata la parata delle nazioni, il giorno prima della gara, con tutte le bandiere e gli inni. Un momento da brividi.”

La mente, come spesso accade negli sport di endurance, ha giocato un ruolo fondamentale. “Mi sono allenata tanto anche mentalmente. Ho proseguito con la meditazione, ho letto testi sull’argomento, ho imparato a gestire il pensiero durante la fatica. E poi, per necessità, mi sono allenata quasi sempre da sola. All’inizio è stata dura, ma mi ha aiutato tanto. In gara, correre da soli per ore, a volte immersi nel buio, richiede una grande forza interiore. Averlo sperimentato prima mi ha dato equilibrio.”

Poi, come spesso accade quando si parla con lei, Sabrina torna al valore della semplicità e alla gratitudine. “Non mi sento una superwoman. Sono una persona normale che ha deciso di impegnarsi, di provarci, anche se un anno fa mi sembrava un sogno lontano. Monica Casiraghi me lo ha proposto e io ho deciso di mettermi in gioco. E ci sono riuscita. Il messaggio che voglio dare è proprio questo: bisogna provarci sempre, non avere paura della fatica o di non riuscire. In ogni caso, ne vale la pena.”

Infine, un pensiero riconoscente. “È vero, mi sono allenata tanto e mi sono guadagnata questa opportunità, ma è anche una fortuna. Poter faticare per inseguire un sogno, coltivare una passione, non è mai qualcosa da dare per scontato. È un dono, e io ne sono grata.”

Dopo aver chiuso la sua seconda 24 ore mondiale con 223 chilometri percorsi, Sabrina Chiappa non pensa di fermarsi. “Sono soddisfatta, ma dentro di me ho già la voglia di migliorare. So che posso farcela. Forse alla prossima, se tutto andrà bene, quei chilometri in più arriveranno.”

E chissà, magari anche un’altra maglia azzurra. Perché, come ha dimostrato, la forza non sempre si misura in metri o secondi, ma nella luce che resta negli occhi quando si è dato tutto, fino all’ultimo passo.

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