Inseguire i propri sogni con determinazione è un viaggio che richiede coraggio e cuore aperto. È importante abbracciare se stessi, accettando le proprie passioni e le proprie peculiarità, perché solo così si ha la possibilità di essere autentici nel proprio cammino.
Avere gli occhi spalancati verso il mondo che ci circonda ci permette di cogliere ogni opportunità, di imparare dagli altri e di arricchire la nostra storia personale. Le esperienze, le sfide e le storie delle persone sono sempre uno spunto prezioso: ci ricordano che non siamo soli, aiutandoci conseguentemente a raccontare cosa desideriamo davvero.
Tutto questo è quello che Gabriele Moretti, in arte Moro, racconta nelle sue canzoni e soprattutto in “Lerse”, il suo ultimo singolo uscito per l’etichetta discografica spezzina Indieca Records.
Nato in Liguria nel 2000, Moro cresce tra il mare, i monti e la passione per la musica. Fin dalle medie, frequentando un indirizzo musicale, si perfeziona come chitarrista e inizia a sperimentare diversi generi, tra cui il musical. Le sue esibizioni dal vivo sono il momento in cui si sente più a suo agio, trovando nelle performance un modo per condividere le sue emozioni con il pubblico.
Lo scorso inverno, Gabriele è stato ospite a Sogni di gloria su Rai Radio2, dove ha avuto l’opportunità di esibirsi dal vivo e di raccontare il suo percorso, i sogni e le aspirazioni future. Un giovane artista che, tra sogni e musica, continua a cercare la sua strada.
Il cantautore si è raccontato a noi di Gazzetta della Spezia, parlandoci del suo progetto volto ad abbracciare anche alcune questioni sociali che gli stanno particolarmente a cuore.
Ascoltando il tuo nuovo singolo “Lerse”, mi è venuto in mente questo parallelismo: etimologicamente, quando pensiamo alla nostalgia, facciamo riferimento all’unione dell’espressione “tornare a casa” e della parola “dolore”. In qualche modo è quello che racconti anche in questa ballad, o meglio, filtri tutto ciò che vedi attraverso la lente nostalgica della vita. Quindi ti chiedo: quanto quello che vivi con gli occhi, che poi si tramuta in elaborazione emotiva, può diventare materiale per le tue canzoni?
Ritengo che il vissuto sia fondamentale, in tutti i miei brani, compreso l'ultimo, e forse proprio in “Lerse”ha avuto un impatto veramente importante.
Ovviamente, come ho detto anche altre volte, il punto focale di questo brano è proprio il ricordo di un periodo della mia adolescenza che poi, per via anche del COVID, è stato interrotto.
Nella canzone cito la pallanuoto, che è stata una parentesi bellissima della mia vita e quando vado a Lerici e vedo la piscina in cui giocavo, dentro di me vive questa malinconia per una cosa che non ho voluto finire io, ma che si è interrotta per cause di forza maggiore.
E poi, ovviamente, il tutto si intreccia anche con storie di altri, perché comunque io non ho mai vissuto a Lerici, però, avendo avuto i compagni di squadra e anche di scuola che abitavano lì, mi sono giunti all’orecchio molti racconti.
Vorrei chiederti: come ti sei approcciato alla musica? Qual è stata la scintilla che ti ha fatto dire: questo è il mio canale espressivo, voglio vivere di questo?
È stato un percorso particolare, perché ho iniziato a suonare la chitarra in oratorio. Da lì, ci sono stati momenti in cui suonavo con la parrocchia.
Il fatto di ricevere gli applausi dei presenti mi ha dato una carica speciale. Questa sensazione l'ho portata sempre con me. Ricordo che avevo circa 10 anni.
Poi, durante le medie, ho iniziato a frequentare l’indirizzo musicale. E da lì, la passione si è ampliata, anche facendo musical.
Tutto poi, andando avanti con il tempo, si è trasformato: spesso la sera uscivo con gli amici per suonare da qualche parte. Vedere le persone contente, magari cantare con me, era molto appagante.
Poi, con il COVID, tutto è cambiato. Essendo rimasto chiuso in casa, abitando fuori città, mi sono trovato davvero rinchiuso tra quattro mura. Non potendo muovermi, ho pensato: "Ok, va bene stare da soli, però a chi racconto i miei pensieri?”.
Così ho deciso di iniziare a scrivere qualcosa, pensando che qualcuno si sarebbe potuto ritrovare in quello che vivevo. È nato tutto in modo naturale, come una forma di espressione personale.
Una cosa che mi interessa molto è sicuramente il processo di realizzazione della canzone. Nel senso, ci sono due scuole di pensiero. C'è chi parte dalla parte musicale per scrivere quella testuale, e viceversa. Tu invece come ti approcci? Come arrivi alla realizzazione di un brano?
Allora, io parto facendo un passaggio prima: deve esserci sempre un'idea di base. Mi pongo delle domande.
Ad esempio, quando ho scritto “Come le altre”, ero in un periodo in cui mi sentivo proprio solo, ero stato lasciato e continuavo ad essere respinto.
Allora mi sono chiesto: “Ma non è che per caso è mia la colpa?” Da qui il pezzo della canzone che fa: “Forse è mia, forse è mia la colpa”.
Poi, in realtà, il mio processo creativo va molto di pari passo tra parole e musica: prendo la mia chitarra, suono degli accordi e ci canto sopra l'idea che mi sono fatto.
Hai un timbro che mi piace molto, perché secondo me è in grado di occupare lo spazio senza mai essere invadente. Ho letto in te molte sfumature dell’indie contemporaneo. Se dovessi dirmi i nomi di alcuni artisti da cui trai ispirazione, quali sarebbero?
Sicuramente, per un fattore di età, mi ha influenzato tutta la scena indie del 2015-2016, quindi i vari Canova, Gazzelle e Calcutta, ad esempio.
Però, essendo ligure, ho assorbito anche tutta la parte del cantautorato. Sono stato inoltre fortunato perché mio padre, essendo di Roma, mi ha dato la possibilità di approfondire anche la loro scena musicale.
Venendo un po' più ai giorni nostri, faccio riferimento ai vari Fulminacci, Carl Brave, perché ascolto cose anche molto diverse tra loro.
Sicuramente poi Ligabue, per colpa di mia sorella, e sì, comunque tutte cose italiane. Alla fine, nel corso degli anni, ovviamente anche essendo di base molto curioso, sono andato a cercare cose un pochino più di nicchia.
Mi vengono in mente gli Afterhours, che ho approfondito molto in un secondo momento. C’ è un po’ di Manuel Agnelli nelle idee che mi faccio.
Parlami dei tuoi progetti futuri: cosa vorresti proporre a chi ti ascolta? Cosa vorresti emergesse di te?
Vorrei che si tornasse ad accostare la musica a dei messaggi. Infatti, è già qualche anno che porto avanti questa narrativa.
Per esempio, un paio di anni fa, qui a Spezia, ho partecipato a un’iniziativa di Radio Nostalgia, vale a dire la festa dei diciottenni.
In quell’occasione mi sono sentito in dovere di portare la mia musica, la mia idea, ma anche di parlare di attualità.
Io faccio la guardia giurata nella vita di tutti i giorni per pagarmi le cose e la tematica che mi sono sentito di portare alla luce in quell’occasione è stata proprio quella della paga misera del settore in cui lavoro.
Mi piacerebbe moltissimo che, oltre alla musica, ai pensieri, alle emozioni, emergesse anche un messaggio di attualità.
“Camatti”, per esempio, una mia canzone, è stata il primo esperimento dove ho deciso di inserire uno spaccato di quello che stava succedendo: “Vorrei dare una rosa a chi governa il paese, dirgli ci sono anch'io”. La mia volontà era quella di dare uno spunto per poterne dibattere e non aver timore di affrontare determinati argomenti. È importante tornare al concreto rispetto agli sfarzi che si sono visti negli ultimi anni nella musica.
Per concludere, c’è qualcosa che ti piacerebbe si sapesse di te come artista?
Mi piacerebbe essere un involucro che raccoglie storie. Cerco di assimilare più cose possibili e di raccontarle, perché credo che ognuno di noi abbia qualcosa dentro di sé che debba essere raccontato.
Infatti, “Moro” rispetto all’inizio si è trasformato da un semplice ragazzo che canta delle sue storie d’amore finite male a un progetto che vuole abbracciare anche altre persone.
Ad esempio, sto cercando di far lavorare con me ragazzi della provincia che non hanno modo di esprimere la propria passione, qualsiasi essa sia, affinché io possa essere una cassa di risonanza.
Soprattutto l’anno scorso ho fatto suonare con me una ragazza, Anna Pasquali, che poi è la stessa che in “Lerse” ha fatto le chitarre, insieme ai soliti amici di sempre.







