“Rimanete aperti. Lasciate spazio per i piccoli miracoli. E datevi tempo”. Con questa sentenza decisa e mai ingombrante l’autrice inglese Beth Kempton racconta al mondo quanto possa essere importante la predisposizione all’imprevedibilità meravigliosa della vita, che si nasconde in sentieri che non avremmo mai creduto essere percorribili, in luoghi, che hanno calzato le sembianze delle nostre abitazioni senza mai averci indossati prima. E’ tutto celato nel miracolo dell’incontro, quando l’altro da noi è in grado di farci riconoscere in modo dissacrante su di uno specchio che fino ad allora ci aveva solamente riflettuti.
Tutto questo è quello che ho compreso e accolto dalle parole di Mario Pirovano, attore teatrale, traduttore e interprete di monologhi di Dario Fo, che con un’infinita bontà e delicatezza si è raccontato a noi di Gazzetta della Spezia, insegnandomi in una mezz’ora quanto durante la nostra esistenza lasciarsi andare sia la chiave per ritrovarsi.
“Lasci andare se stessa non abbia paura anche se si sente buffa e inadeguata, sopra le righe. Le cose che lei sente sono le più care e che le permettono di crescere”. - mi ha detto amabilmente Pirovano.
Vorrei chiederle, dato che è una mia grandissima curiosità, com’è avvenuto l’incontro con Dario Fo e Franca Rame e soprattutto come si è sviluppata la sua passione per il teatro?
E’ stato un incontro d’amore. Una storia d’amore antica, un modo di avvicinarsi ad una disciplina e una forma d’arte attraverso il contatto umano, prima di tutto. La loro vita non era separata dal teatro, era tutto legato, l’impegno, la politica, ed è questo che mi affascinava. Loro erano il loro lavoro e la sera a cena, pensavano già al domani, alle battute che erano trapelate durante gli spettacoli, dal pubblico. Io non ero un attore, avevo cominciato a lavorare a 12 anni in un panificio, dopo aver lasciato la scuola. Il lavoro era il mio modo di sfogarmi, ebbi dei genitori consapevoli che non mi caricarono di responsabilità e questa fu la mia fortuna.
Quando incontrai Dario Fo e Franca Rame, che erano della mia stessa natura politica e che vedevo lavorare come dei dannati, mi ripetevano sempre: “Il nostro lavoro è la nostra vita, perché tutto quello che viviamo e che abbiamo intorno, ci racconta ciò che dobbiamo reinterpretare al meglio”, il segreto era la passione che si trasferiva nello scritto e nelle rappresentazioni.
Quanto è difficile vestire i panni degli altri, calarsi perfettamente in ciò che si deve portare in scena, senza togliere un po’ della propria natura?
C’è un equivoco profondo. Si pensa che dietro al teatro come nell’arte in generale, ci sia qualche mistero. Certo, c’è voglia di migliorarsi, c’è studio e c’è impegno ma a volte l’inizio di questo mestiere può accadere nel modo più casuale possibile. Dario ad esempio abitava sul Lago Maggiore e mentre giocava sulla battigia alcuni pescatori cercavano di coinvolgere i ragazzini ad aiutarli a sollevare le reti per allargarle così che poi, potessero aggiustarle. Dato il temperamento dei giovani, era difficile intrattenerli, ma per farlo, raccontavano loro delle storie, ed è stato proprio in quel contesto che lui imparò l’arte dell’affabulazione orale. Tutto questo a differenza di Franca, che addirittura è nata all’interno di una compagnia teatrale. I genitori, entrambi attori, non sapendo dove lasciarla, la portavano con loro.
Anche la mia nascita come attore è avvenuta assolutamente per caso, quando accompagnai Dario e Franca a trovare loro figlio Jacopo, che aveva fondato la “Libera Università di Alcatraz”. Questo luogo magico, nasce nel 1982 in Umbria, per volontà di Jacopo Fo, ed è un luogo di vacanze e cultura, un'officina di arti e laboratori per cercare le proprie inclinazioni e passioni. (https://www.alcatraz.it) “In questo posto c’era l’idea di sperimentarsi, un’apertura a trecentosessanta gradi, chiunque poteva approfondire una propria potenzialità. Per me, invece, tutto è conseguito ad una provocazione, che è un atto vitale per il teatro. Oggi, se provochi, diventi divisivo, ma il teatro deve metterti alla prova per funzionare, non si può piacere a tutti e non deve essere il sinonimo delle tue certezze.
Tutto può cambiare in un attimo.
Mentre annaffiavo le piante, dei ragazzini in visita proprio alla “Libera Università di Alcatraz”, si offendevano tra loro con delle parole non molto simpatiche, credevano di essere soli mentre io ero lì ad ascoltarli. Gli andai incontro e li rimproverai con cautela, non tutti erano contenti di sentirsi offendere e in me è scattato subito il desiderio di informarli che, anche da queste cose apparentemente innocenti, potevano nascerne altre gravissime, come il razzismo ad esempio. Tre di questi ragazzi mi guardarono male e io, non volendo finire in quel modo, iniziai a raccontargli una storia tratta da “Mistero Buffo”. Gli spiegai che Gesù bambino, proveniente dalla Palestina, pensi quanto è attuale, attraversava con la mamma e il papà molti luoghi e quando si fermava in alcuni di essi, i ragazzini locali non lo facevano giocare con loro solo perché parlava con un accento diverso. Per la prima volta mi resi conto di avere davanti un pubblico, senza però accorgermi di quello che stava realmente succedendo. Alcuni dei bambini raccontarono quanto accaduto agli accompagnatori, che, la sera, mi obbligarono a narrare la storia a tutti. Da quel giorno, avevo 42 anni ed era il 1991, non mi fermai più. Ebbi successo dappertutto e iniziai a tradurre i testi di Dario. Avendo vissuto a Londra avevo imparato l’inglese sui luoghi di lavoro, quello che però viene definito “Broken - English” ma quando iniziai a tradurre, iniziai anche a studiarlo in modo più approfondito. Dario diceva sempre che avrebbe preferito che a tradurre i suoi testi fosse la gente di teatro, registi, attori, perché riteneva che i traduttori colti potessero utilizzare parole eccezionali, ad effetto, ma che al contempo non sarebbero stati in grado di superare la “quarta parete”. Il superamento della quarta parete è un momento fondamentale, perché è quello in cui l’attore entra in contatto con il pubblico.
Vorrei chiederle un’ultima cosa. A volte ho paura ad andare oltre le barriere, vorrei avere più coraggio. Se dovesse darmi un consiglio, per credere nel mio sogno di scrivere, quale sarebbe?
Lasci andare se stessa, non abbia paura anche se si sente buffa e inadeguata, sopra le righe. Le cose che lei sente sono le più care e le permettono di crescere. Mi riferisco a quello che non vorrebbe dire neanche alla sua più cara amica, quei sentimenti che prova intimamente e che non vuole condividere con nessuno, ecco, quelle sono le cose per cui vale la pena vivere. Anche io sapevo che qualcosa prima o poi sarebbe successo ed è successo. Certo non è capitato a 20 anni ma a 42, ma questo non importa. Con abilità e coscienza non deve rinunciare ai suoi sogni. Io sono andato in Inghilterra in seguito ad una delusione d’amore e tutto è cambiato in un attimo, dovevo rimanere 15 giorni e poi sono rimasto 10 anni.







