“Le nuvole non hanno forma” è un libro nato dalla capacità dell’autore, il Dott. Angelo Bianco, di “emozionarsi sempre” nel quotidiano, una scrittura fluente che accompagna una sorta di flusso di coscienza, appunti di vita.
Le emozioni sono come le nuvole nel cielo, non hanno forma, mutano continuamente, a volte sono luminose altre volte scure e uggiose. Una metafora molto calzante che ben descrive quanto l’autore ha voluto condividere con il lettore, eventi più tristi, come quelli in cui parla degli ultimi momenti della vita di sua mamma o della depressione del papà, e poi ancora delle diagnosi infauste di suoi pazienti o colleghi, ma anche momenti in cui riesce a strappare una sonora risata di gusto al lettore, con ironia e una capacità descrittiva notevole.
Abbiamo intervistato il Dott. Angelo Bianco, che domani sera, venerdì 6 giugno alle ore 18.00, presenterà il suo libro, dialogando con Marzia Dati. L’evento è organizzato dal Soroptimist International Club della Spezia ed è aperto alla cittadinanza.
Dott. Bianco, quanto Don Francesco Capalbo, medico del suo paese di cui racconta nel suo libro e’ stato un esempio e un’ispirazione per lei, portandola a decidere di intraprendere la sua professione?
Mio papà soffriva di depressione, cinquant'anni fa era una malattia di cui si sapeva ancora meno di quanto si sa oggi e quando stava male, quando proprio toccava il fondo, quando piangeva, non potevamo fare altro che chiamare il nostro medico condotto, Don Francesco, un anziano dottore, si era laureato quando ancora il DNA non era stato scoperto, figuriamoci cosa potesse capire di psichiatria. Tuttavia lui si sedeva ai piedi del letto di mio papà e cominciava a parlargli. Gli prendeva la mano, chiacchierava, una battuta e una parola dietro l'altra, papà si riprendeva, perché lui gli trasmetteva serenità e presenza, gli comunicava che lui c'era e che poteva fidarsi.
Penso che questo sia quanto debba fare un medico, entrare in empatia con il paziente, sedersi ai piedi del suo dolore e provare a dargli una speranza. Con Don Francesco funzionava, perché papà si riprendeva, tutte le volte lo stesso meccanismo. Io correvo in bagno, piangevo e mi chiedevo come avesse fatto e come fosse stato possibile, dicendomi che avrei voluto diventare come Don Francesco. Oggi è quello che provo a fare anche io, entrare in empatia con il paziente, non pretendo mai il “lei”, do sempre il numero di telefono dicendo di chiamarmi quando vogliono, perché il primo messaggio che si deve dare a un paziente è quello che dice: “Ti sono amico, puoi fidarti di me”, Don Francesco così faceva, il paziente si fidava di lui, riusciva a farlo riemergere dal suo abisso di depressione. Ho scelto di fare il medico, voglio continuare a fare come faceva Don Francesco.
Quattro i capitoli del volume dove parla delle emozioni di un medico, delle emozioni di un uomo, delle emozioni di un papà, delle emozioni di un paese. I tanti racconti di vita che compongono i capitoli sono esposti senza seguire un ordine cronologico, una scelta forse per non porre confini alle emozioni? Perché invece l’esigenza di dividere in capitoli gli eventi?
La cronologia con cui sono presentati gli eventi nel volume è casuale, perché inizialmente non è nata con l’idea di raccoglierla in un libro. Sono racconti che ho scritto strada facendo su Facebook e tali dovevano restare. Invece uno dopo l'altro i miei amici che li hanno letti, hanno iniziato a insistere affinché li raccogliessi in un libro. Alla fine mi sono convinto e quando poi li ho riuniti, mi sono accorto che parlavano di me per quello che sono, ma anche di quello che tutti noi in fondo siamo: per un verso genitori, per un verso professionisti, per un verso uomini tutti i giorni e per un verso, almeno nel mio caso, emigranti e profondamente ancorati alla radice del paese in cui siamo nati e cresciuti.
Ecco da questo la divisione del volume nei quattro capitoli, perché ho pensato che potessero essere i quattro capitoli nei quali ognuno di noi potesse riconoscersi. Non poteva esserci una cronologia, perché altrimenti ne avrei disperso l'origine. Non ho romanzato nessuna di quelle storie, sono tutti racconti veri e reali a cui potrei dare un nome, un cognome, una data, un luogo, ma non posso dargli un ordine cronologico perché non nascono per essere strutturati cronologicamente.
Perché ha voluto distinguere i due capitoli “le emozioni di un medico” e “le emozioni di un uomo”? Mi sono posta questa domanda perché in realtà ho notato che l’uomo e la sua umanità sono presenti quotidianamente in lei medico mentre svolge la sua attività quotidiana. Quanto riesce a “staccare la spina” quando non è in servizio in ospedale?
"Fare" il medico può essere facile perché lo impari dagli esami dell'università e hai sempre un libro di terapia medica o di semeiotica accanto, ma "essere" un medico è molto più difficile, perché significa capacità di ascolto e di comprensione, oltreché del dolore e dei bisogni di un paziente e questo non lo insegnano all'università. Significa avere capacità di ascolto e di comunicazione, oltreché di un linguaggio rigorosamente asettico e scientifico e anche questo non lo insegnano all'università. Essere un medico non può essere diverso da essere un uomo, perché significa altrettanta capacità di ascolto di comprensione nella vita di tutti i giorni, vincendo egoismi, intolleranze ed ipocrisia. Pertanto, quando smetto di "fare" il medico e di "essere" un medico, non smetto di "essere" un uomo e nella vita tutti i giorni continuo a "fare" quello che faccio in ospedale.







