Martedì 31 marzo alle ore 17, in via Corridoni 7 alla Spezia, verrà presentato il libro di Fabio De Ninno, docente di Storia contemporanea all'Università di Siena, "Mancò la fortuna non il valore". Giorgio Pagano, storico e co presidente del Comitato Unitario della Resistenza della Spezia, dialogherà con l'autore. L'iniziativa è organizzata dalla Sezione Centro dell’ANPI.
Il titolo del libro richiama il motto sul cippo di El Alamein che ricorda i reparti delle divisioni italiane sconfitti dai britannici dopo coraggiosa resistenza nel novembre 1942. Ancora oggi durante le celebrazioni militari e nelle sfilate istituzionali ricordiamo doverosamente i soldati italiani caduti in battaglia (erano quasi sempre figli del popolo) ma soprattutto sottolineiamo il legame del nuovo esercito con la Repubblica, che “ripudia la guerra come strumento di offesa”. Purtroppo tutt’ora – causa un certo “patriottismo militare” – c’è chi accantona o minimizza il “perché storico” di quelle battaglie e vicende, in particolare della Seconda guerra mondiale. E “dimentica” come nei drammi e nelle sconfitte di allora le responsabilità principali furono – oltre che di Benito Mussolini – dei comandi superiori.
Il libro di De Ninno spiega come l’imperialismo “straccione” del regime fascista fu un enorme imbroglio che crollò nel 1943 con una guerra di aggressione cercata e perduta tragicamente, che costò lutti e miserie al popolo italiano. In quella guerra i vertici delle Forze Armate – e le industrie delle armi – furono sempre complici, soddisfatti per gli ingenti investimenti effettuati dal regime e per l’influenza sociale esibita in patria, ma evidenziarono strategie militari approssimative aggravate da armamenti superati, ai quali il solo coraggio dei soldati non poteva supplire.
La volontà guerriera del fascismo fu quindi sconfitta non per la mancanza di fortuna o di valore, ma per l’incapacità di fare quella guerra verso cui il fascismo aveva teso per vent’anni.
Nelle conclusioni l’autore sottolinea come “a distanza di ottant’anni si continua a minimizzare la portata della sconfitta militare italiana del 1940‑43, ricorrendo all’esaltazione di pochi episodi che dovrebbero far dimenticare una catastrofe che trova origine anzitutto nel fallimento del fascismo come regime di guerra… Perciò solo un confronto pieno e autentico porterà a superare una memoria nazionale finora centrata su se stessa, vittimistica e autocelebrativa, che tende a rimuovere che nel conflitto a fallire fu il fascismo”.
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