A trent’anni dalla sua nascita, il Premio Lunezia continua a rappresentare una delle realtà più peculiari e riconosciute del panorama musicale italiano: un premio che non misura il successo, ma la qualità poetica e musicale delle canzoni. Dopo la prima parte in cui raccontava la nascita del premio, in questa seconda parte dell’intervista per Gazzetta della Spezia, Stefano De Martino torna alle origini del nome “Lunezia”, ripercorre gli incontri che hanno segnato il cammino della manifestazione, dalle emozioni giovanili fino all’approdo di artisti come Baglioni, e racconta anche delle sue altre iniziative culturali, dall’Agave di Cristallo allo Special Festival, dai giochi inediti per il libro “Gaudenti d’Italia”, alle sperimentazioni simboliche come Piazza “Smisurata Preghiera”. Uno sguardo appassionato, che si chiude con una riflessione sul futuro, tra incertezze e incrollabile fiducia nella forza delle canzoni e della parola. Sorprende, rispetto ad altri eventi nazionali, la quantità di “big” (oltre trecento) che hanno calcato il Palco del Premio Lunezia. Ed è per questo che vorremmo saperne di più.
Stefano, come hai pensato il nome “Lunezia” per il premio che hai creato?
Il nome nacque dal suggerimento di un caro amico, l’avvocato Roberto Benvenuto, uomo di grande cultura e sensibilità poetica. Mi propose di legare l’idea del premio a un nome evocativo, già in uso in Lunigiana: Lunezia. Un termine che, secondo alcune interpretazioni, derivava da un’antica aspirazione di creare una sorta di “regione culturale” tra Liguria, Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia, con centro ideale proprio in Lunigiana, “terra della Luna”.
Altri dicevano che il nome fosse una fusione ideale tra “Luna” e “Venezia”, ma in ogni caso racchiudeva suggestioni forti. Io lo adottai, dandogli un nuovo significato: un premio ideato per riconoscere nelle canzoni un tema e un valore nuovo: la musical-letterarietà.
Il Premio Lunezia ha festeggiato quest’anno il trentennale, un traguardo di tutto rispetto. Dalla prima edizione a oggi, che cosa è cambiato?
È cambiato molto. Dalla prima edizione, che aveva un respiro più locale, il Lunezia è diventato una manifestazione nazionale, con una quantità di artisti che nel tempo è decuplicata.
Nel 2001 è nata anche la sezione Nuove Proposte, che ha dato spazio a giovani autori e cantautori, e successivamente abbiamo creato il “Premio Lunezia per Sanremo”, che da qualche anno è annoverato tra i premi collaterali del più importante festival della musica italiana.
Ma, pur nella crescita e nel cambiamento, lo spirito è rimasto lo stesso: dare un’ulteriore dignità culturale all’arte-canzone, intesa come forma d’arte capace di parlare al cuore e di restare nel tempo, al pari della poesia o della letteratura tradizionale.
Che cosa secondo te ha decretato il successo del Premio Lunezia?
Non so se posso parlare davvero di “successo”, ma certamente dopo tanti anni il Premio ha acquisito una considerazione nazionale. Credo che questo sia dovuto alla sua coerenza e alla durata nel tempo, e forse alla sua singolarità di avere un nome evocativo e di essere un premio musicale non dedicato alla memoria di un defunto.
Abbiamo elaborato una tesi sulla musical-letterarietà, pubblicata anche sul nostro sito e dibattuta nelle scuole, per dare anche fondamento teorico a questa visione al valore emozionale che ci ha spinto fino a qui.
Ci sono aneddoti di questi trent’anni che ti sono rimasti particolarmente nel cuore?
Ce ne sono tantissimi, ma uno in particolare mi è rimasto dentro: l’incontro con Claudio Baglioni.
Da ragazzo, quando lavoravo come falegname con mio padre, provavo emozioni fortissime ascoltando le sue canzoni. Sono state loro a ispirarmi il progetto del Lunezia.
Negli anni ’90 cercai di contattarlo– allora non c’erano i social, né i cellulari – poi grazie alla sua casa editrice, riuscii a incontrarlo. Gli raccontai il progetto, nato proprio dalle sensazioni che mi suscitavano le sue canzoni.
Baglioni venne al Premio nel 2003, ad Aulla, consacrando in un certo senso questa storia. Prima di lui erano già passati Vasco Rossi, Ligabue, De André, Samuele Bersani.
Nel tempo il Premio Lunezia è diventato un osservatorio unico sul valore musical-letterario delle canzoni italiane. Le sue altre iniziative culturali che temi hanno trattato?
Il Lunezia è certamente il progetto più conosciuto, ma nasce da un percorso che affonda le radici in molte esperienze diverse: l’Agave di Cristallo (primo festival cinematografico al mondo a premiare la qualità dei dialoghi dei film, Lerici 2005-2012), lo Special Festival (La Spezia, rassegna inclusiva attualmente in essere in collaborazione con Anffas che affianca big della musica a disabili intellettivi con talento canoro), la Stele d’Argento (2005 Villafranca Lunigiana, festival dedicato alle musiche da film), il Mercurio d’Argento (Massa 2019, festival dedicato alle musiche per l’immagine), il manuale di giochi inediti “Gaudenti d’Italia” e il gioco su scacchiera “Nebirò”. Con lo stesso spirito creativo, è stato inaugurato ad Aulla il primo indirizzo civico italiano dedicato a una canzone, Piazza “Smisurata Preghiera”, un gesto simbolico per ribadire quanto la parola cantata meriti riconoscimento.
E per il futuro? Quali sono le prospettive del Premio Lunezia?
Il futuro del Lunezia è, come dico spesso, un meraviglioso salto nel buio.
Tutto dipende dalle risorse economiche, che sono sempre più difficili da reperire: i Comuni hanno fondi limitati, gli sponsor sono rari, e anche se si costruiscono eventi di alto livello culturale, non sempre si trovano i mezzi per sostenerli.
Noi siamo sempre stati indipendenti dai circuiti politici, e questo, se da un lato ci dà libertà, dall’altro rende la strada più incerta.
In merito al Lunezia, finché ci saranno passione e voglia di credere nel valore emozionale delle canzoni, la rassegna continuerà a esistere, magari cambiando forma, ma sempre impegnata a consegnare ai posteri valori più approfonditi dell’arte-canzone.







