Un ragazzo ucciso a scuola. Accoltellato da un altro ragazzo.
Una vita che non ci sarà più, un’altra rovinata.
Per “futili motivi”, si dice.
Come se non fossero sempre futili, in fondo.
La scuola ha perso l’innocenza: un luogo “sacro” è stato violato.
Siamo sgomenti, increduli, piegati dal dolore.
È accaduto nella nostra città, e anche questo ci sembra ancora impossibile.
Inoltre, noi Abanoub lo conoscevamo: è stato nostro alunno.
Siamo uniti nel dolore con la sua famiglia, con i docenti, la dirigente scolastica, le studentesse e gli studenti, tutto il personale dell’Einaudi-Chiodo.
Come tutti loro, anche noi dovremo tornare nuovamente a scuola.
Ma come?
In queste ore, oltre al dolore, sale il rumore.
Tante, troppe parole, accuse, proclami, prese di posizione.
Quando dovrebbero invece prevalere il silenzio e la riflessione.
Quando risuona soprattutto una domanda, dentro di noi: come torniamo a scuola?
La mia proposta è piccola, non ricopro né il ruolo e neanche possiedo le capacità per ragionare sui grandi sistemi.
Non so se saranno realizzate e se serviranno i metal detector, l’inasprimento delle pene, l’introduzione di esperti per educare all’affettività e le mille altre proposte che emergono dal rumore di queste ore.
So che ora ci saremo sempre e solo noi, a scuola.
E penso che l’unica via possa essere soltanto provare a cambiare qualcosa dentro di noi.
Perseguire con maggior impegno e convinzione l’obiettivo del benessere, curare con più sincerità la relazione umana, riscoprire l’arte della gentilezza nei piccoli gesti quotidiani, nelle parole e negli atteggiamenti che pratichiamo quotidianamente.
Aumentiamo il “tasso di gentilezza”, esprimiamo rispetto, fiducia, cura ed empatia.
Aiutiamo le ragazze e i ragazzi ad essere più consapevoli e responsabili.
Abbassiamo l’ansia, evitiamo le parole dure, prestiamo più attenzione verso i bisogni degli altri.
Questo impegno riguarda tutti, famiglie, studentesse e studenti ma interpella in modo particolare noi adulti.
Ricordiamo che tutto il personale della scuola ha questa responsabilità e che l’esempio è il miglior modo per insegnare.
Se è vero che i ragazzi ci guardano, sforziamoci al massimo per restituire quello sguardo.
Pretendere di cambiare il mondo è probabilmente retorica; provare a cambiare, anche soltanto un poco, noi stessi, è certamente possibile.
Con affetto e fiducia
Antonio Fini







