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«Giustizia per Aba»: un centinaio di persone alla manifestazione davanti alla camera mortuaria In evidenza

di Francesca Tarantino - Dalla camera mortuaria alla Prefettura: la protesta pacifica per il 18enne ucciso all'Istituto Einaudi-Chiodo.

Questa mattina un centinaio di persone si sono riunite davanti alla camera mortuaria dell’ospedale Sant’Andrea per chiedere giustizia per Youssef "Aba" Abanoud, il ragazzo di 18 anni ucciso all’Istituto Einaudi-Chiodo. Familiari, amici, compagni di scuola e membri della comunità si sono stretti attorno alla famiglia, visibilmente provata dal dolore.

Il presidio, autorizzato e pacifico, si è mosso lungo via Vittorio Veneto fino alla Prefettura. Durante il corteo si è levato più volte un unico grido: «Giustizia».

In seguito, una delegazione composta dal padre del ragazzo, Youssef Safwat, e da alcuni familiari è stata ricevuta dal ministro Val di Tara. La famiglia ha chiesto un impegno concreto delle istituzioni affinché episodi simili non possano ripetersi.

Nel corso della manifestazione, inoltre, i familiari hanno espresso con forza la loro indignazione, denunciando ciò che ritengono essere una catena di responsabilità: la scuola, i genitori dello studente coinvolto e, più in generale, un sistema che – a loro avviso – non avrebbe saputo prevenire un rischio noto.

Secondo quanto riferito dai parenti, già prima della tragedia sarebbero circolate segnalazioni su comportamenti minacciosi e sulla presenza di un coltello. «Perché nessuno ha parlato?», hanno chiesto più volte, invocando maggiore vigilanza e un intervento tempestivo quando emergono segnali di pericolo.

Il cugino di Aba, Kiro Attia, ha rilasciato una lunga dichiarazione, sottolineando la necessità di una risposta rapida e severa da parte dello Stato. Ha ribadito la fiducia nelle istituzioni, chiedendo però che il processo sia celere e che non vi siano attenuanti per chi porta armi o minaccia i compagni.

Ha inoltre richiamato l’attenzione sul ruolo della scuola, sostenendo che «non bastano sospensioni o richiami» quando emergono comportamenti violenti. «La scuola deve essere un luogo sicuro, una seconda casa», ha detto, auspicando nuove misure di sicurezza e protocolli più rigidi.

Anche lo zio del ragazzo, Abram Attia, ha preso la parola, chiedendo un intervento diretto del governo. «I nostri figli devono poter andare a scuola senza paura», ha dichiarato, sollecitando un segnale forte da parte delle istituzioni nazionali.

La manifestazione si è conclusa davanti alla Prefettura, dove i familiari hanno ribadito la loro richiesta di giustizia. «Non vogliamo altre vittime», hanno ripetuto più volte.

La città resta scossa da una tragedia che ha colpito profondamente la comunità scolastica e l’intero territorio. Le indagini proseguono, mentre la famiglia attende risposte e provvedimenti concreti.

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