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Casa Tiziana, un ponte verso la libertà: il racconto del Centro Antiviolenza di Sarzana In evidenza

Alla vigilia della giornata contro la violenza di genere, Daniela Delucchi del Centro Antiviolenza Vittoria di Sarzana ha accettato l'invito della redazione per spiegarci cosa significa accogliere, proteggere e ricostruire vite spezzate.

Il 25 novembre è la Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Tuttavia, il Centro Antiviolenza 'Mai più sola' lavora 365 giorni all'anno. In questo contesto di impegno costante, il 25 novembre ha ancora un senso concreto o rischia di rimanere solo una data simbolica? Qual è, secondo Lei, la sua funzione più importante oggi?

Il 25 novembre ha ancora un senso, eccome. I simboli servono, perché tenere accesa la luce su una piaga sociale è fondamentale. Ben vengano tutte le iniziative che, almeno una volta all’anno, ci costringono a guardare ciò che troppo spesso tendiamo a ignorare. Il rischio più grande, infatti, è quello dell’effetto “rana nella pentola”: abituarsi gradualmente alla violenza, normalizzare ciò che normale non è. Una giornata come il 25 novembre serve proprio a questo: a ricordare anche a chi non è in prima linea ogni giorno che il problema esiste, è grave ed è di tutti. Ma funziona solo se è accompagnata da un impegno costante, concreto e quotidiano.
Altrimenti non diventa simbolismo, ma ipocrisia. Il 25 novembre ha valore quando è una tappa di un percorso, non un lampo isolato: un momento in cui la comunità si ferma, riflette, si responsabilizza e rinsalda l’attenzione che deve durare tutto l’anno.

Lei ha definito la violenza di genere una 'piaga' strutturale, indicando che le radici del problema affondano nella società. Qual è, secondo l'esperienza quotidiana del Centro, la causa più profonda e persistente di questa violenza? E su quale fronte – educazione, istituzioni o cultura – si deve agire con maggiore urgenza per sradicarla?

La causa più profonda e trasversale di tutte le forme di violenza è la dinamica del potere. La violenza nasce quando una persona ritiene legittimo umiliare, controllare, limitare l’altra; quando non si accettano relazioni paritarie, quando il “no” viene vissuto come un affronto, quando non si è in grado di tollerare il fallimento, la frustrazione o la delusione. È lì che la violenza attecchisce: nella convinzione che i propri bisogni, le proprie emozioni e il proprio ruolo valgano più di quelli dell’altra persona. Su cosa intervenire con urgenza? Sull’educazione emotiva e relazionale. L’educazione all’affettività è fondamentale, ma da sola non basta.
Fin da piccoli dovremmo imparare a riconoscere e gestire anche le emozioni cosiddette “negative”: la rabbia, la frustrazione, la tristezza, l’ansia, il fallimento. Se un bambino impara a conoscere e governare queste emozioni, è molto meno probabile che da adulto le trasformi in controllo o violenza. E poi, naturalmente, c’è la cultura. La cultura è l’antidoto più potente alla violenza, ma deve essere una cultura viva, partecipata, che non ci renda spettatori ma cittadini consapevoli. Una cultura che metta in discussione stereotipi, ruoli di potere.

L'attenzione dei media alla violenza di genere, purtroppo, sembra attivarsi solo in occasione del 25 novembre o in risposta a un singolo, drammatico episodio di cronaca. Una volta spenti i riflettori, il rischio è quello dell'oblio. Come può l'informazione, secondo Lei, cambiare approccio e garantire una copertura costante e costruttiva del fenomeno, che vada oltre l'emergenza e l'emotività?

I media possono svolgere un ruolo fondamentale, ma serve un cambio di approccio. Innanzitutto occorre un linguaggio corretto, che eviti la spettacolarizzazione della violenza e la trasformazione dei femminicidi in titoli sensazionalistici. Bisogna smettere di utilizzare la cronaca per alimentare scontri politici o per creare contrapposizioni strumentali. Il diritto di cronaca può e deve convivere con il rispetto: rispetto della vittima, della sua dignità e del suo anonimato, evitando ogni forma, diretta o indiretta, di colpevolizzazione. I media dovrebbero informare davvero e contribuire a smantellare narrazioni distorte.
Lo vediamo chiaramente nel dibattito sull’attuale modifica al reato di stupro, dove stanno circolando rappresentazioni completamente errate: si parla di “contratto di consenso” o di “inversione dell’onere della prova”, narrazioni che ricordano da vicino vecchi stereotipi tossici come “lo stupro è quando una donna il giorno dopo si pente”.

Ecco: proprio qui il ruolo dell’informazione è decisivo. I media possono aiutare a spiegare, a chiarire, a riportare alla realtà. Una copertura costante e costruttiva nasce da questo: responsabilità, precisione e la volontà di non spegnere i riflettori il giorno dopo. La violenza non è un’emergenza occasionale: è un fenomeno strutturale e ha bisogno di una narrazione altrettanto strutturata.

Recentemente, l'Associazione Vittoria ha ricevuto in gestione dal Comune di Sarzana un immobile confiscato alla criminalità organizzata, destinato a diventare 'Casa Tiziana', un luogo di ripartenza. Ci può spiegare come si è arrivati a questo risultato e in concreto, come verrà utilizzata questa struttura per sostenere le donne vittime di violenza nel loro delicato percorso verso la piena autonomia residenziale, lavorativa e personale?

L’assegnazione dell’immobile confiscato è il risultato di un lavoro di collaborazione molto forte con il Comune di Sarzana e della volontà condivisa di trasformare un bene nato dall’illegalità in uno spazio di protezione e rinascita. È un segnale potentissimo: la comunità restituisce alle donne un luogo che prima era sottratto alla collettività.

'Casa Tiziana' sarà un ambiente di semi-autonomia per donne che stanno uscendo dalla fase più acuta dell’emergenza. Non è una casa rifugio, ma un ponte verso la libertà: un luogo sicuro dove poter iniziare a ricostruire la propria vita, con un accompagnamento costante sul piano psicologico, lavorativo, educativo e legale.

Qui le donne potranno ritrovare equilibrio, sperimentare l’autonomia abitativa, rafforzare le competenze professionali, organizzare la gestione familiare e prepararsi a una piena indipendenza economica e personale. È un progetto che parla di futuro e di libertà.

Nel corso degli anni, Lei e il Centro 'Mai più sola' avrete incrociato innumerevoli storie e dolori. Pur mantenendo il totale anonimato per proteggere la privacy delle donne, c'è un momento o un traguardo – magari un piccolo passo verso l'autonomia o la riconquista della libertà – che per Lei e le operatrici simboleggia la vittoria più significativa del vostro lavoro e che infonde speranza a chi ci sta leggendo?

Ogni volta che una donna riesce a fare un passo avanti, piccolo o grande che sia, per noi è una vittoria. Può sembrare quasi controcorrente dirlo in un momento storico in cui arrivano soprattutto notizie di fallimenti: femminicidi, violenze, braccialetti che non funzionano, sentenze con parole inaccettabili. Eppure esiste anche un altro lato, quello che non arriva ai giornali perché resta giustamente protetto dal riserbo.

Sono le storie di tutti i giorni, quelle delle donne che ce l’hanno fatta e di quelle che ce la stanno facendo. Storie di vittime, sì, ma anche di sopravvissute, di coraggio e di ripartenze silenziose.

E poi ci sono le storie della rete di protezione: una rete fatta dalle operatrici dei centri antiviolenza, dalle forze dell’ordine, dalla procura, dai medici dei pronto soccorso e da tutti quei professionisti che, con ruoli diversi, contribuiscono a mettere in sicurezza le donne. È una rete imperfetta, certo, ma che nella sua imperfezione si attiva, interviene e protegge.

Ed è proprio questa rete, insieme alla forza delle donne che incontriamo ogni giorno, a ricordarci che la speranza esiste. E che, nonostante tutto, la violenza può essere spezzata o quantomeno dobbiamo continuare a provarci, ogni giorno.

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