Quella in corso in Sudan è la più grave emergenza umanitaria del momento, una tragedia che si consuma nel silenzio dei media, interrotto solo da episodi di particolare violenza. Dal 2023 si fronteggiano le Forze di Supporto Rapido e le Forze Armate Sudanesi, in un conflitto che affonda le radici nel 2003, quando le milizie Janjawid — da cui nasceranno le Forze di Supporto Rapido — furono usate dal dittatore Bashir per reprimere la rivolta in Darfur. Dopo un trattato di pace nel 2020 e un governo civile-militare nel 2021, un colpo di stato ha riacceso la lotta per il potere e il controllo delle risorse, in particolare i giacimenti d’oro.
Dal 2023 ad oggi si contano 150.000 morti e oltre 12 milioni di sfollati. Il conflitto ha causato carestie, collasso sanitario e un drammatico aumento della mortalità materna e infantile. Le donne subiscono violenze sistematiche: lo stupro è stato usato come arma di guerra contro donne, ragazze e bambine.
Le due fazioni sono sostenute da potenze esterne: Burhan è appoggiato da diversi paesi, tra cui l’Egitto; le Forze di Supporto Rapido ricevono sostegno dagli Emirati Arabi Uniti, come documentato da fonti ONU, media internazionali e ONG.
Negli ultimi cinque anni l’Italia ha autorizzato quasi 650 milioni di euro in forniture militari verso gli Emirati, configurando un possibile coinvolgimento indiretto nel conflitto. Rete spezzina Pace e Disarmo si unisce all’appello della Rete italiana Pace e Disarmo e di numerose organizzazioni internazionali: l’Italia deve sospendere immediatamente ogni trasferimento di armi verso gli Emirati Arabi Uniti, revocare le autorizzazioni esistenti e chiedere ad Abu Dhabi di cessare ogni sostegno ai gruppi armati coinvolti nella guerra in Sudan.







