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La danza ritrovi spazio alla Spezia: il Gran Galà incanta il Civico In evidenza

di Elena Tonelli - Dal virtuosismo accademico alle visioni contemporanee, una serata firmata da Damiano Artale che ha unito stili ed emozioni in un unico grande racconto scenico.

La danza non è un lusso. È respiro, disciplina, rischio, verità. E ieri sera, alle 21, il sipario del Teatro Civico si è alzato su qualcosa che alla Spezia non dovrebbe essere un’eccezione, ma una consuetudine culturale: il Gran Galà della Danza. Sotto la direzione artistica di Damiano Artale, la serata ha costruito un percorso fluido tra repertorio classico, aperture neoclassiche e linguaggi contemporanei, intrecciando stili diversi come colori sulla stessa tela.

Il repertorio classico: tecnica, attesa, empatia

La variazione di Diana è stata interpretata da Caterina Bianchi, solista del Teatro alla Scala, con precisione luminosa e controllo impeccabile. Il passo a due da La Bayadère ha visto protagonisti Virna Toppi e Nicola Del Freo, primi ballerini scaligeri, in un dialogo elegante di equilibri sospesi e virtuosismi cristallini. In Esmeralda, Margarita Fernandes e Alessandro Frola hanno portato in scena brillantezza e temperamento.

Spring Waters di Asaf Messerer, interpretato da Caterina Bianchi e Gioacchino Starace, ha rappresentato uno dei momenti di maggiore virtuosismo atletico: un pezzo classico di tradizione sovietica, concepito come brano da gala, che pur restando ancorato alla tecnica accademica presenta caratteristiche di transizione verso il neoclassico per la sua brevità e l’enfasi spettacolare.

Nel balletto classico lo spettatore sa cosa sta per accadere. Attende il giro, la presa, la diagonale. Nasce così un’ansia condivisa, un’empatia silenziosa: ogni elemento deve essere eseguito con precisione assoluta. Sul palco inclinato del Civico questa tensione si amplifica, e quando la leggerezza appare naturale si percepisce ancora di più la disciplina che la sostiene.

Il neoclassico: il ponte tra due mondi

Il neoclassico è stato il filo che ha unito l’intera serata. Non una rottura, ma un passaggio. Un collegamento tra la struttura codificata del classico e l’imprevedibilità del contemporaneo.

In Ode al corpo, interpretato da Gioacchino Starace, la tecnica accademica si è trasformata in ricerca plastica ed espressiva. Caravaggio, con Caterina Bianchi e Starace, ha giocato su contrasti e tensioni dinamiche. Rubies, danzato da Margarita Fernandes e Davide Dato del Wiener Staatsballett, ha restituito brillantezza, musicalità e velocità.

Il neoclassico porta con sé l’ansia tecnica del repertorio ma introduce la sorpresa del gesto meno prevedibile. È il “treno” che accompagna lo spettatore da una dimensione all’altra, fondendo due emozioni diverse in un’unica esperienza. La scelta di Damiano Artale di alternare i brani, mescolando i linguaggi anziché separarli rigidamente, ha creato una tavolozza ricca e unitaria: non compartimenti stagni, ma un quadro variopinto, astratto e concreto allo stesso tempo.

La danza contemporanea: evoluzione, messaggio, verità

È però nella parte contemporanea che la serata ha mostrato la sua dimensione più libera e profondamente comunicativa. Once Upon a Time e Space Is Only Noise sono stati interpretati insieme da Damiano Artale e Martina Forioso: un dialogo corporeo fatto di tensioni e rilasci, di linee che si spezzano e si ricompongono, di contatto e distanza.

Reconciliatio è stato invece danzato in duo dalle artiste di Aterballetto Arianna Kob ed Estelle Bovay, in un intreccio dinamico e intenso.

La danza contemporanea, come suggerisce il nome stesso, è in continua evoluzione. Non esiste un “giusto” o uno “sbagliato” codificato. Esiste una sola domanda: emoziona o non emoziona? Arriva o non arriva? Conta il messaggio. Conta il singolo gesto. Conta il singolo sguardo.

Uno sguardo che deve essere proiettato fino all’ultima fila. Un gesto che deve attraversare lo spazio del teatro e raggiungere ogni spettatore, sapendo che ciascuno lo riceverà in modo diverso. Ed è proprio questa la sua forza: non un significato imposto, ma un’interpretazione personale. Nel contemporaneo si crea un’aura quasi sospesa tra chi danza e chi guarda. Non c’è soltanto esecuzione: c’è relazione. È un linguaggio che non si limita a mostrare, ma invita a sentire.

Un auspicio per la città

Questo Gran Galà ha dimostrato che la danza può abitare il Teatro Civico con forza, varietà e coerenza. La Spezia merita che la danza sia presenza stabile: rassegne, produzioni, performance anche all’aperto, occasioni per coinvolgere giovani danzatori del territorio e creare nuove progettualità.

Perché la danza non è un episodio isolato. Quando trova spazio, diventa parte viva dell’identità culturale di una città.

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