C’è una parola che attraversa in filigrana tutto “La firma del chimico” di Giacomo Pinelli, pubblicato a fine gennaio 2026 da Derive e Approdi: responsabilità. Responsabilità individuale, morale, civile. È attorno a questa tensione che prende forma un romanzo storico di grande densità narrativa, capace di intrecciare la vicenda privata dei suoi personaggi con una delle pagine più controverse e meno raccontate della storia italiana: il giuramento di fedeltà imposto nel 1931 ai professori universitari dal regime fascista.
Pinelli – autore classe 1975, già noto per romanzi come “Breve nevicata notturna” e “Occhi tra le foglie”, presenti alla New York Public Library e alla Yale University – sceglie di raccontare quel momento cruciale non attraverso un saggio o una biografia, ma affidandosi alla forza della narrazione. Al centro del libro c’è la figura reale di Giorgio Errera, luminare della chimica, uno dei soli dodici professori su oltre mille a rifiutare il giuramento imposto dal fascismo. Un rifiuto silenzioso, fermo, privo di retorica. Un gesto che gli costò la cattedra all’Università di Pavia e una sorta di rimozione dalla memoria pubblica per decenni.
Anche la città di Pavia tra le due Guerre è protagonista della trama
Il romanzo è ambientato a Pavia tra la fine della Prima guerra mondiale e il consolidarsi della dittatura. È una città che, fino ai primi anni Venti, aveva conosciuto un’amministrazione socialista e un clima relativamente tranquillo. Poi arrivano le violenze squadriste, la caccia agli oppositori, l’occupazione delle istituzioni nel giorno della Marcia su Roma.
In questo scenario si muove Rodolfo Maggi, reduce della Grande Guerra. Tornato dal fronte segnato nel corpo e nella memoria, fatica a reinserirsi in una quotidianità che gli appare estranea, quasi offensiva nella sua normalità. Come molti sopravvissuti, non riesce a dimenticare le trincee, i compagni morti, la brutalità della guerra. E mentre cerca di terminare gli studi e ricostruirsi una vita accanto alla moglie Margherita e alla madre Florence, il clima politico si fa sempre più opprimente.
Il romanzo restituisce con efficacia la trasformazione di Pavia: dalle tensioni studentesche all’assassinio di Ferruccio Ghinaglia, giovane socialista e fondatore della federazione pavese del Partito comunista d’Italia, ucciso nel 1921 da studenti fascisti sul ponte coperto del Ticino. È uno degli episodi che segnano la fine di un’epoca e l’inizio della violenza sistematica.
Giorgio Errera, il mentore silenzioso
In questo scenario storico, si staglia la figura di Giorgio Errera. Nato a Venezia nel 1860 in una famiglia sefardita, laureato in chimica a Torino, docente a Messina, sopravvissuto al terremoto del 1908 che distrusse la città e uccise la moglie Maddalena Demo, Errera è un uomo segnato dal dolore ma non piegato.
Pinelli lo ritrae senza trasformarlo in un eroe. È piuttosto un professore rigoroso e schivo, che non fa arringhe, non proclama. Ma quando nel 1931 gli viene chiesto di giurare fedeltà al regime, sceglie di non firmare. Una decisione che lo colloca tra i pochissimi a opporsi apertamente all’imposizione. Tra coloro che, già nel 1925, avevano aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce.
Nel romanzo, Errera diventa il mentore di Rodolfo. Non tanto con discorsi altisonanti, quanto attraverso l’esempio. È la sua coerenza morale a insinuare nel giovane reduce il dubbio che non sia più possibile “tenere gli occhi chiusi”. Che la neutralità, in certi momenti, equivalga a una forma di complicità.
La crisi e la scelta
L’equilibrio fragile di Rodolfo viene incrinato definitivamente dal ritorno della cognata Ada, donna ribelle, affascinante, reduce dalla clandestinità. È lei a chiedergli aiuto, a trascinarlo in una richiesta di giustizia che ha il sapore della vendetta ma anche della riparazione morale. È lei a porlo davanti alla domanda decisiva: fino a che punto si è disposti a rischiare i propri privilegi per ciò che si ritiene giusto?
Il conflitto non è solo politico, ma esistenziale. Pinelli costruisce un romanzo che parla di coscienza, di paura, di ambiguità. La Storia non è uno sfondo lontano: entra nelle case, nei matrimoni, nei legami familiari. E costringe ognuno a prendere posizione.
Una memoria necessaria
“La firma del chimico” ha il merito di riportare alla luce una vicenda poco nota, quella dei professori che rifiutarono il giuramento. Figure rimaste a lungo non raccontate, e che solo molti decenni dopo hanno ricevuto un riconoscimento ufficiale. Il gesto di Errera, in particolare, appare oggi come un atto di straordinaria modernità: un rifiuto opposto alla prevaricazione, una difesa della libertà interiore prima ancora che politica.
Pinelli dimostra maturità stilistica e solidità documentaria. La scrittura è sobria, attenta ai dettagli, mai indulgente alla retorica. Il romanzo si muove tra ricostruzione storica e introspezione psicologica, con un ritmo che alterna tensione e riflessione.
Come afferma lo stesso autore, sono spesso le vicende meno conosciute a parlare con più forza al presente. E in effetti questo libro non è soltanto una ricostruzione del passato: è una domanda rivolta al lettore di oggi. Che cosa significa, davvero, dire di no? Quanto costa sottrarsi a un sistema che pretende obbedienza? E soprattutto: siamo ancora capaci di riconoscere il valore di un rifiuto?
Con questo romanzo, Giacomo Pinelli conferma una voce originale nel panorama contemporaneo, capace di unire rigore storico e tensione narrativa. “La firma del chimico” è una storia che affonda le radici nel Novecento italiano, ma che continua a interrogare il nostro tempo. Perché la libertà, sembra suggerire il libro, non nasce dai proclami, ma da una firma negata. Oggi come ieri.







