Fino a qualche decennio fa, alla Spezia, il venerdì aveva un sapore preciso. Sulle tavole niente carne, ma piatti semplici e popolari: acciughe fritte, riso e ceci, baccalà con le patate. Era il giorno dell’astinenza, un precetto cattolico che, col tempo, si era trasformato in abitudine condivisa, quasi naturale.
«Mia madre non avrebbe mai servito carne il venerdì», racconta Giovanni, 78 anni, ex operaio dell’Arsenale. «Era una regola non scritta. Oggi continuo a rispettarla, più per tradizione che per fede». Le sue parole si mescolano al brusio del mercato coperto, dove ancora oggi, il venerdì mattina, il banco del pesce sembra avere qualche cliente in più.
La Chiesa cattolica continua a raccomandare l’astinenza, soprattutto nel periodo di Quaresima, ma la pratica si è fatta rara. «Ci sono fedeli che la osservano, ma non è più una consuetudine collettiva», confermano i sacerdoti.
In una città di mare come La Spezia, quel rito aveva trovato una declinazione naturale: il pesce era facilmente reperibile e le ricette facevano parte del patrimonio domestico. Muscoli ripieni, farinata, minestroni: piatti poveri, ma identitari. «Il venerdì era anche un modo per ritrovare la cucina di casa», ricorda Maria, 74 anni, che ancora oggi prepara le acciughe “come faceva mia madre».
Oggi la ritualità si è ritirata nelle pieghe della vita quotidiana. Qualcuno la reinterpreta in chiave ambientale, scegliendo di ridurre il consumo di carne per motivi etici o ecologici. Molti, semplicemente, l’hanno dimenticata. Ma in alcune case il venerdì senza carne continua a esistere. Non più norma diffusa, ma un frammento di memoria - e in tanti casi anche una testimonianza di fede - che resiste al tempo.







